E’ stato il cantastorie principe della canzone d’autore, saldamente ancorato alle proprie matrici culturali e con una vocazione da poeta, con brani entrati nella memoria collettiva che sono espressione di impegno politico e sociale oltre che artistico:
Francesco GUCCINI, che ha reso immortali versi come “Lunga e dritta correva la strada” o “Ma s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto”, è morto questa mattina a Pàvana (Pistoia) all’età di 86 anni.
A dare l’annuncio è stata la famiglia che, con la moglie Raffaella e la figlia Teresa, era insieme a lui negli ultimi istanti della sua vita. Il cantautore emiliano lascia un patrimonio di canzoni che ha trovato interlocutori in tutte le generazioni in quasi 60 anni: da “La locomotiva” a “Il vecchio e il bambino”, da “Vedi cara” a “Eskimo”, da “L’avvelenata” a “Canzone delle osterie di fuori
porta”, passando per “Autogrill”, “Piccola città”, “Canzone per Silvia”, “Auschwitz” e “Canzone per un’amica”.
Per assistere a un concerto di Francesco GUCCINI accorrevano ogni volta in migliaia, uno spettacolo dove non esisteva alcun effetto scenico, dove l’unica cosa che contava era il rapporto che si stabiliva fra pubblico e l’interprete, accompagnato solo dalla sua chitarra e magari da un
fiasco di vino rosso o Lambrusco (“ma è un falso”, ha detto l’interessato in anni recenti).
GUCCINI è stato considerato a lungo il cantautore “politicizzato” per eccellenza, un giudizio a cui hanno di certo contribuito le risonanze che si sono sempre colte fra le parole delle sue canzoni e le vicende e le occasioni storiche e politiche di decenni cruciali della vita
civile.
L’impegno politico di GUCCINI consisteva, in realtà, a suo dire, nel suo modo di raccontare storie particolari elevandole a significati generali, per non dire universali.
“Non sono mai stato comunista. Tutti credono che lo sia; ma non è vero. Lo stalinismo non poteva piacere a uno come me: libertario, azionista. Semmai, lo dico con grande ritegno, mi sentivo anarcoide. Avvertivo il fascino dell’anarchia, dal punto di vista romantico più che reale”, ha detto
nel 2020 in una lunga intervista concessa ad Aldo Cazzullo per il “Corriere della Sera”. Certo, il suo cuore ha sempre battuto a sinistra e da quando c’è il Partito democratico ha sempre ottenuto il
suo voto.
“Politico” è stato GUCCINI anche nel suo perenne invito al dubbio, alla possibilità di osservare la realtà e il mondo da un altro punto di vista, come rivela anche il ricorso frequente all’ironia e all’autoironia, che sono fra le caratteristiche più costitutive e interessanti della sua fisionomia d’artista: il ma, il forse, l’oppure che attraversano molti dei suoi testi servono così a mitigare, a togliere ogni enfasi alle sue affermazioni, proponendole, al contrario, come pensieri sempre suscettibili di nuove e diverse interpretazioni.
LA SUA VITA:
Francesco GUCCINI nasce a Modena il 14 giugno 1940, ma a causa della guerra trascorre l’infanzia e parte dell’adolescenza nel paese dei nonni paterni, Pàvana, località dell’Appennino pistoiese al confine con il territorio bolognese.
Frequenta l’Istituto magistrale a Modena negli anni ’50 ed è nel 1957 che inizia a suonare la chitarra,
sull’onda dell’avvento in Italia del rock’n’roll, e a scrivere le prime canzoni. Si iscrive all’Università, una prima volta, nel 1958-59: Facoltà di Magistero, indirizzo Lingue e Letterature
straniere. Nell’ottobre 1958 diventa istitutore presso un collegio di Pesaro: viene licenziato, nel dicembre dello stesso anno, per incompatibilità con il ruolo richiestogli dalla direzione.
Dal 1959 al ’60 lavora come giornalista alla “Gazzetta di Modena”; lascia la professione, amata ma poco remunerativa, per approdare alle orchestre da balera. Nel 1961 si trasferisce con la famiglia a Bologna
e si unisce ad un gruppo di musica da ballo (I Marinos diventati poi I Gatti); continua a suonare fino al 1962, quando è costretto a partire per il servizio militare. Al ritorno, nell’ottobre del 1963, decide di tornare a studiare all’Università, Facoltà di Magistero con indirizzo in Materie Letterarie, rinunciando così ad entrare a far parte dell’Equipe 84.
Nel 1965 inizia l’esperienza di docente di lingua italiana presso la sede bolognese dell’università americana Dickinson College, attività che proseguirà fino al 1985; collabora con l’agenzia pubblicitaria
dell’amico Guido De Maria scrivendo, tra le altre, le sceneggiature di “Salomone pirata pacioccone”, per Amarena Fabbri; assieme al disegnatore di fumetti Franco Bonvicini, nel 1969, concepisce e
realizza i primi quattro episodi delle “Storie dello spazio profondo”.
La carriera come cantautore avrà però il sopravvento, portando Francesco GUCCINI alla realizzazione di 18 album in più di quarant’anni di attività. Nel 1966 egli inizia ad imporsi come autore per l’Equipe 84 (L’Antisociale, Auschwitz, E’ dall’amore che nasce l’uomo), per I Nomadi (Noi non ci saremo, Dio è morto, Per fare un uomo e molti altri) e per Caterina Caselli.
Il debutto in proprio, Folk Beat n°1, avviene nel 1967 a nome Francesco, senza il cognome GUCCINI, ma con canzoni che si presentano da sole, a partire da Noi non ci saremo e Auschwitz (La canzone del
bambino nel vento), e con le quali egli entra nella storia della musica italiana dalla porta principale; altri pezzi degni di nota sono Statale 17, Il Sociale e l’Antisociale e Canzone per un’amica (In
morte di S.F.). Nel 1970 è la volta di Due anni dopo, album dai toni inquieti ed esistenziali: il centro narrativo del disco è il tempo che passa e la vita quotidiana è così analizzata nella dimensione
dell’ipocrisia borghese. Sempre nel 1970 viene pubblicato L’isola non trovata. In questo album collaborano per la prima volta con lui il pianista Vince Tempera, il batterista Ellade Bandini e il bassista Ares Tavolazzi.
Il vero salto artistico e qualitativo arriva nel 1972 con Radici. Il filo conduttore dell’album è l’eterna ricerca delle proprie radici, testimoni della continuità della vita. Tra i brani più noti si segnalano Radici, Piccola città, Incontro, Canzone dei dodici mesi, Canzone della bambina portoghese, Il vecchio e il bambino e la mitica Locomotiva, il brano che per molti anni ha chiuso ogni suo concerto.
Nel 1973 è la volta di Opera buffa, live registrato all’Osteria delle Dame e denso di scherzi musicali. Francesco GUCCINI mostra qui per la prima volta il lato fortemente ironico della sua personalità, esibito soltanto al pubblico dei concerti dal vivo. Stanze di vita quotidiana (1974) torna a puntare l’attenzione sulla riflessione e sull’intimismo.
Il successo commerciale arriva nel 1976. È l’anno di Via Paolo Fabbri 43, disco che entusiasma e commuove: L’avvelenata sputa rabbia e orgoglio e risponde alle contestazioni subite in quegli stessi anni da altri cantautori e alla critica, mossa dal giornalista Riccardo Bertoncelli, al disco Stanze di vita quotidiana; Piccola storia ignobile racconta il dramma dell’aborto; Via Paolo Fabbri 43 è un blues che rievoca le notti bolognesi e le atmosfere dell’epoca.
L’album successivo, pubblicato nel 1978, è Amerigo, la cui canzone più famosa è Eskimo, epilogo di un amore in crisi raccontato sullo sfondo culturale e politico degli anni ’70. GUCCINI stesso intravede però il momento più riuscito di questo album nel brano Amerigo, una ballata in cui sono messe a confronto l’America sognata da bambino, mitizzata dal Francesco adolescente, e quella del disincanto, vissuta dallo zio emigrante. E’ a partire da questo disco che GUCCINI inaugura il rapporto professionale, e poi l’amicizia, con il chitarrista Juan Carlos ‘Flaco’ Biondini.
Nel 1979 esce Album Concerto, un live realizzato con I Nomadi e registrato al Kiwi di Piumazzo e al Club ’77 di Pàvana. Album Concerto è il primo disco a cui partecipa Renzo Fantini, colui che è destinato a diventare il produttore storico di GUCCINI, nelle vesti di coordinatore artistico













