Il corpo agonizzante di Abderrahim Mansouri è stato “girato” da Carmelo Cinturrino dopo “averlo colpito”. È quanto emerge dal fermo del poliziotto del Commissariato Mecenate per omicidio volontario del 28enne e lo ha detto agli investigatori uno colleghi indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso.
La circostanza sarebbe confermata anche da un testimone oculare, un cittadino afgano, che il 26 gennaio dentro al boschetto della droga di Rogoredo ha visto Mansouri colpito “alla testa” dal proiettile della Beretta d’ordinanza calibro 9X19 “che lo ha fatto cadere in posizione prona” con “la faccia verso il terreno”. La prima fotografia del cadavere, scattata invece prima dell’arrivo dei soccorsi del 118, mostra Mansouri a faccia in su ma con il “viso” sporco di “fango”.
Nessuno dei poliziotti impegnati nel servizio antidroga a Rogoredo il 26 gennaio ha “intimato l’alt” ad Abderrahim Mansouri prima di sparargli, né è stato “detto o gridato” qualcosa che potesse “segnalare” al 28enne “l’identità delle persone che aveva di fronte”. Lo ha detto interrogato il 19 febbraio un collega di Carmelo Cinturrino, uno dei 4 poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso per la morte del giovane straniero.
La versione, modificata dopo i primi interrogatori resi nell’immediatezza dei fatti, smentisce quanto riferito da Cinturrino nel primo e ultimo interrogatorio resto lo stesso 26 gennaio quando aveva detto di aver gridato “Fermo polizia” prima di aprire il fuoco.
Il teste oculare, un “cittadino afgano” che si trovava nel boschetto della droga di Rogoredo quel pomeriggio, “ha riferito di aver visto il Mansouri dapprima
impegnato in una conversazione telefonica”. Poi, “accortosi
della presenza dei poliziotti li avrebbe minacciati, da una
distanza di circa 28 metri, mediante il gesto di tirare una
pietra”. Infine, scrivono il procuratore Marcello Viola e il pm
Giovanni Tarzia nel decreto di fermo, “avvedutosi che uno dei
poliziotti aveva estratto l’arma, ha girato il proprio corpo a
sinistra, ovvero verso l’area boschiva al fine di scappare, ma è
stato attinto da un colpo alla testa che lo ha fatto cadere in
posizione prona, ovvero con la faccia verso il terreno”.
Una ricostruzione che ha anche “trovato parziale conferma nelle
dichiarazioni rese da una altra persona escussa dalla difesa del
fratello della vittima”. Altro teste che avrebbe “dichiarato,
tra l’altro, di essere stato in chiamata whatsapp con il
Mansouri nel momento in cui veniva attinto dal colpo”.
I pm riportano che la versione della legittima difesa di
Cinturrino “è smentita” da più elementi, tra cui “la posizione
del corpo del Mansouri al momento dello sparo”, l’assenza “di
una pistola, ovvero di una concreta minaccia da cui era
necessario difendersi, la dinamica della caduta, la tempestività
della chiamata dei soccorsi”. E dalle testimonianze del teste
oculare e del collega di Cinturrino che hanno “trovato numerosi
ed incontestabili riscontri”.
L’assistente capo ha colpito “coscientemente e
volontariamente” Mansouri alla “sagoma”, mentre “cercava una via
di fuga, ancorché in un primo momento avesse minacciato, da
circa trenta metri, il lancio di una pietra, ovvero avesse
minacciato i poliziotti da una distanza incompatibile con la
concreta possibilità di colpirli”.
I pm mettono in luce anche “il grave ritardo con cui furono
allertati i soccorsi”, con Cinturrino che “tranquillizzò tutti i
colleghi sul fatto di aver chiamato la Centrale”, ma non era
vero. Passarono 23 minuti. Nel decreto di fermo i pm evidenziano
il pericolo di fuga: è “residente in Sicilia, e dimorante
ufficialmente presso il Commissariato”, ma ha “la possibilità di
alloggiare anche a Milano ed a Carpiano”.

















