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Pedde “La situazione in Iran è fluida, sono quattro gli scenari possibili”

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ROMA (ITALPRESS) – La situazione in Iran, dopo 12 giorni di proteste scoppiate in diverse città sia per la crisi economica che contro il regime degli ayatollah, è iperfluida e ci sono quattro scenari possibili: una forte repressione delle proteste; il possibile sviluppo di una leadership condivisa; un intervento esterno oppure la fine della teocrazia scalzata dai militari. Considerando le scarse informazioni che filtrano dall’Iran dopo il blocco di internet l’8 gennaio scorso, tuttavia, non è chiaro se ci sia stato un incremento delle manifestazioni e il tempo è un fattore cruciale per intervenire a favore dei manifestanti. E’ quanto ha dichiarato l’esperto di Iran Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies, in un’intervista all’agenzia Italpress in cui ha tratteggiato gli elementi nuovi delle proteste iniziate il 28 dicembre 2025, gli scenari possibili e le incognite, oltre alla reale affezione dei manifestanti al figlio dell’ultimo scià, Reza Pahlavi. 

Questa fase di protesta “è stata caratterizzata da molti fattori nuovi. Quello più importante è sicuramente la saldatura tra tre gruppi diversi”, ha detto Pedde. L’esperto di Iran ha ricordato che tutto “è nato come una protesta legata alla crisi economica, alla corruzione, nell’ambito principalmente economico dei commercianti, dei bazarì, però è emersa come reazione agli ultimi dati del cambio rial-dollaro“, e la perdita di potere d’acquisto “ha generato un malcontento generalizzato”. Storicamente, i commercianti sono sempre rimasti ai margini delle proteste e vi hanno partecipato solo quando sono stati intaccati i loro interessi. La protesta dei commercianti “è stata quasi immediatamente raggiunta da quella sempre presente, secondo me, nel tessuto sociale iraniano delle componenti giovanili, che però hanno motivazioni diverse. Al di là della questione economica, per le componenti giovanili il vero elemento di malcontento è quello del regime, quello dei diritti”, ha affermato Pedde, spiegando che questa componente dei manifestanti “di fatto chiede la caduta della Repubblica Islamica”.

Il terzo “elemento di interesse”, ha proseguito Pedde, “è stato quello di vedere delle formazioni organizzate su base etnica in alcune delle province non a maggioranza persiana del paese, soprattutto quelle a maggioranza curda e araba, dove abbiamo visto non solo delle formazioni abbastanza numerose, pronte ad ingaggiare le forze di sicurezza con metodi diversi da quelli delle manifestazioni tradizionali”. Durante le manifestazioni nelle aree a curde e arabe “ci sono stati assalti alle caserme della polizia, dell’esercito, i partecipanti avevano armi, quindi erano delle organizzazioni ben più strutturate dei semplici manifestanti”.

“La saldatura di questi tre componenti della protesta costituisce un enorme fatto di novità, c’è una massa di protesta che in questa occasione è veramente ampia, ha motivazioni molto diversificate tra loro e, quindi, si pone il problema di dover gestire quella che è effettivamente un’emergenza nazionale per le autorità di regime”, ha spiegato il direttore dell’Institute for Global Studies, che ha indicato anche “diversi elementi di continuità” visto come questi tre gruppi non hanno né al loro interno né fra loro una reale leadership riconosciuta e tantomeno hanno un manifesto politico, quindi un documento programmatico che costituisca il presupposto per la richiesta di un mutamento istituzionale o di una nuova forma di governo.

“Protestano in modo molto eclatante ma non c’è esattamente un disegno unitario dietro”, ha affermato Pedde. Un “altro elemento di novità in questa protesta è la comparsa della figura del figlio dell’ex scià Reza Pahlavi” che sui media internazionali sembra essere “l’elemento coagulante di questa protesta e l’elemento di leadership”. Al momento “è un po’ difficile da valutare questa capacità di Reza Pahlavi perché da una parte è fuori dal paese dal ’79, non vi ha mai più rimesso piede ed è sempre stato ai margini poi della vita politica anche perché la diaspora iraniana è frazionatissima, i monarchici erano ridotti ormai al numero minimo anche all’interno della diaspora, il ruolo di Reza Pahlavi è stato veramente minimale fino a pochi mesi fa”.

All’improvviso invece, ha proseguito Pedde, “diventa l’elemento centrale della narrativa della diaspora, il suo nome viene scandito ripetutamente anche da numerose delle componenti che sono per la strada in Iran e che sfoggiano la bandiera imperiale, quella con il leone e il sole e quindi questo diventa un po’ nella narrativa generale l’elemento che potrebbe costituire la leadership di questa protesta”.

Negli ultimi giorni “si spinge a chiedere ai manifestanti di restare per le strade, a rischiare la vita e a mantenere viva la protesta, probabilmente più nell’attesa che gli americani potessero fornire o intendessero fornire in futuro un supporto alle manifestazioni”. Premesso ciò, “la prima grande incognita è capire quanto effettivamente la figura di Reza Pahlavi sia un collante ideologico, perché per quello che è stata fino ad oggi la partecipazione spontanea degli iraniani nelle manifestazioni di protesta, non abbiamo mai visto in occasione delle precedenti questo grande interesse per la monarchia e per l’ex sovrano”, ha affermato Pedde.

Per sciogliere i dubbi sul reale sostegno dei manifestanti a Pahlavi “andrebbero fatte valutazioni che oggi non possiamo fare, perché non abbiamo i dati per poterli analizzare sulla base di questi gruppi che protestano”. L’esperto ha ricordato che “anche durante la rivoluzione del 78-79 tanta gente scandiva il nome di Khomeini senza volerlo in realtà al vertice di uno stato islamico. Khomeini rappresentava l’elemento anti-monarchico e quindi come tale diventava un vessillo”, quindi oggi “sarebbe da capire quanto questi sono slogan anti-regime o filo-monarchia”.

Per quanto concerne invece la reazione del regime, “il primo elemento è stato quello di frazionare la protesta, spaccarla al suo interno attraverso una strategia abbastanza elementare che però nella prospettiva del regime doveva sostanzialmente portare alla componente del bazar ad abbandonare le strade e a far rientrare le attività di protesta”, ha dichiarato Pedde, ricordando che il regime ha detto che esiste una parte legittima di questa protesta, una parte che ha delle ragioni, ovvero chi lamenta la crisi economica, i commercianti, e “dall’altra parte invece tutta l’altra componente definita guerrigliera, terrorista, e quindi come tale da reprimere attraverso l’uso della forza”.

“In una prima fase il regime ha cercato di gestire questa protesta in modo più pragmatico, anche perché c’erano le minacce da parte del presidente americano Trump di intervenire a sostegno dei manifestanti – ha aggiunto -. L‘uso della forza si è massicciamente poi manifestato soltanto a partire dall’8 gennaio, quando qualcosa è cambiato. E’ stato spento l’accesso alla rete internet, e da lì è iniziata una forma di repressione che probabilmente è ancora in atto, che sta generando un numero di vittime altissimo”. 

L’esperto ha chiarito che “è difficile dire quante siano, ci sono numeri che spaziano da 200 a 2 mila, però indubbiamente il numero delle vittime è diventato elevato, il numero degli arrestati sembra che sia elevatissimo. C’è stata una mobilitazione di una componente militare dei Guardiani della rivoluzione iraniana (IRGC) e questo è anche un altro elemento di novità, con il governo che non chiede alle forze di polizia o ai paramilitari, ai Basij, di gestire questa cosa”.

Dall’8 gennaio “la repressione sembra essere entrata in una dinamica tale da poter generare poi i consueti effetti dell’applicazione della forza in Iran, impedire a queste formazioni di poter ottenere qualsiasi tipo di risultato. Attualmente “siamo ancora in una fase molto dinamica e bisognerebbe capire che cosa effettivamente sta accadendo sul piano della partecipazione alle proteste, perché questo è un dato che ad oggi è difficile valutare, cioè se tra l’8 e il 13 gennaio, domani, ci sia stato un afflusso ulteriore e così consistente alle manifestazioni”, secondo Pedde.

Nell’intervista, Pedde ha indicato i “4 scenari presenti in termini di possibilità e nessuno di questi può essere escluso al momento”. “Il primo è quello di una repressione talmente violenta in cui il regime riesce a reprimere tutto il meccanismo di questa rivolta e quindi pian piano attraverso morti e arrestati riesce a far cessare le proteste e l’Iran torna dove era prima, in crisi, in sempre più debole, più fragile”, ha detto Pedde. “Il secondo scenario è quello invece in cui questa rivolta riesce, come è accaduto all’epoca della rivoluzione, a darsi una leadership condivisa che diventa la linea di riferimento per la protesta, si riesce a dare un tipo movimentistico, quindi un programma politico e a quel punto diventa un elemento pre-rivoluzionario o rivoluzionario e quindi ha tutte le chance a quel punto di riuscire a catalizzare ulteriore sostegno tra la popolazione e ottenere un risultato sul piano della caduta delle istituzioni di regime”, ha affermato Pedde, ammettendo che “questo è uno di quei fattori che almeno fino a qualche giorno fa era difficile poter giudicare in termini positivi”.

Il terzo scenario potrebbe essere quello di un “intervento esterno da parte di Stati Uniti o Stati Uniti e Israele. Credo che sia uno dei più pericolosi perché nel caso di un attacco militare probabilmente le istituzioni della Repubblica Islamica valuterebbero un intervento esterno come una minaccia esistenziale e quindi aumenterebbero esponenzialmente l’uso della forza e il rischio a questo punto di una conflittualità diffusa dentro il paese, di una vera e propria guerra civile”, ha proseguito. Infine, il quarto scenario, “è un’accelerazione di un processo di fatto che è già in atto, cioè di una sostituzione all’interno del sistema istituzionale delle figure di leadership, quindi sostanzialmente della seconda generazione dei pasdaran che vanno a rimuovere tutti gli orpelli della teocrazia e dei pilastri rivoluzionari e trasformano l’Iran in un autoritarismo a guida presidenziale, però con una leadership sostanzialmente di estrazione militare al vertice”.

Si tratterebbe di un modello come l’Egitto o il Pakistan “e questo potrebbe essere accompagnato, attraverso la rimozione della leadership religiosa che ha sempre rifiutato il compromesso con gli Stati Uniti, dalla volontà invece di arrivare ad un compromesso con gli Stati Uniti e quindi sostanzialmente di legittimare poi la nuova leadership che viene dallo stesso ambiente, ma che ha cambiato sostanzialmente le sue prerogative”.

Questo quarto scenario è in un certo senso sovrapponibile alla Siria, dove l’ex capo dei jihadisti Ahmad al-Sharaa è diventato il presidente ad interim e, ha spiegato Pedde, “potrebbe essere la transizione che anche per gli Stati Uniti è preferibile dal punto di vista della stabilità, perché non provoca il collasso istituzionale, il paese di 90 milioni di abitanti rimane intatto, riesce ad essere governato da una leadership militare che tutto sommato assicura ordine e stabilità”, anche se “di certo siamo ben lontani dalla richiesta di mutamento democratico, che chiede la piazza”.

Pur ammettendo che lo scenario rimane fluido, l’esperto di Iran ha sottolineato che il fattore tempo dopo lo spartiacque dell’8 gennaio, con lo stop a internet, potrebbe giocare un ruolo cruciale in questa nuova protesta in Iran che chiede anche la caduta degli ayatollah. Un possibile attacco Usa “se dovesse veramente aiutare la protesta dovrebbe colpire quelli che sono i centri della repressione, quindi colpire le strutture militari della IRGC” perché “colpire le basi nucleari o i sistemi missilistici non dà un grande aiuto ai manifestanti”, ha affermato Pedde. Oppure, non è esclusa “un’escalation di natura minore, quindi avere un profilo minore sotto il profilo militare e limitarsi invece ad una forte azione sul piano cyber, per esempio ristabilire comunicazioni internet e dare possibilità a iraniani di mostrare ciò che accade”.

Il “fattore cruciale è il tempo: questa protesta se non viene aiutata oggi o domani, entro 2-3 giorni, se la capacità repressiva è come appare, il regime avrà la meglio”, ha detto Pedde, concludendo che “è probabile che sia già mancata l’occasione di un vero intervento a favore dei manifestanti, e il rischio è di essere in ritardo nella capacità di sostenere le proteste per trasformarle in un processo rivoluzionario”.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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