Non finisce qui, tigre.. Forza, Federica Brignone!

Teo Parini incita la nostra grande sciatrice, operata ieri a Milano

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“Non vi nascondo che la frattura è impegnativa, l’osso si è rotto in modo significativo”. Sono state le prime parole proferite del Dottor Panzeri che, insieme al Dottor Accetta, ha messo mano al ginocchio di Federica Brignone, infortunato seriamente solo qualche ora prima a causa di una caduta nella prova di gigante dei Campionati italiani in corso di svolgimento in Val di Fassa. Il braccio che impatta sul palo, la torsione innaturale, l’articolazione che va in sofferenza. Frattura scomposta pluriframmentaria del piatto tibiale e della testa del perone della gamba sinistra, la diagnosi impietosa. Più il legamento crociato. Trentaquattro anni, Federica è al primo infortunio serio della carriera e, dicono i medici, ciò sarà fondamentale per la migliore ripresa possibile.

Lo sci è questo, la possibilità di farsi male scendendo a cento all’ora su attrezzi che negli anni sono diventati via via più corti e, per dirla come l’immenso Hermann Maier, “micidiali” in quanto a pericolosità deve essere realisticamente messa in conto. Questa volta è toccato a Fede, beffardamente proprio nell’ultimo atto di una stagione irripetibile che l’ha vista trionfare in Coppa del Mondo, con l’aggiunta delle “coppette” di specialità della discesa e del gigante. Con quella del Super G che le è sfuggita di un soffio, solo perché la meravigliosa Lara Gut s’è inventata un’ultima gara irreale sopravanzandola in classifica in volata. Insomma, quasi una razzia completa. Una stagione da cannibale, la sua, che l’ha definitivamente consacrata tra le migliori sciatrici di tutti i tempi.

Ma lo sport dà e lo sport toglie, così, nell’appuntamento seppur significativo e di festa ma agonisticamente meno prestigioso dell’anno, Fede è incappata in un brutto guaio. Nulla ovviamente di irrisolvibile ma ad attenderla è una lunga riabilitazione, purtroppo nel periodo che porta dritto alle Olimpiadi casalinghe alle quali Fede ha sempre dichiarato di tenerci un sacco. Ma è prematuro fasciarsi la testa ora che di tempo fortunatamente ce n’è e, al contempo, dubbi sulle qualità di recupero miracoloso di questi atleti straordinari non ce ne sono. Intanto, a Fede vanno i nostri migliori auguri, oltre al ringraziamento per una stagione memorabile che non si vedeva alle nostre latitudini dai tempi eroici di Tomba e Compagnoni, l’élite azzurra alla quale Brignone fa parte a pieno titolo.

Il ginocchio, quindi, la kryptonite degli sciatori. Un mondo, quello della neve, pieno di esempi di ritorni che fanno ben sperare e che è salutare rinverdire in questi frangenti non auspicabili. Meno grave nell’esito, ma erano tempi in cui la sala operatoria risultava decisamente più invasiva di oggi, fu l’infortunio di Pirmin Zurbriggen che, tuttavia, senza fare un plissé passò dal lettino d’ospedale al gradino più alto del podio mondiale di Bormio 1985, per chi se lo ricorda, domando con ancora i cerotti sul ginocchio operato la pista “Stelvio”. Quella vera, nella sua versione originale, prima che la si rendesse giustamente meno terrificante.

Ma l’analogia che si spera essere ancora più aderente è proprio di Deborah Compagnoni. La più forte gigantista di questo ed eventuali altri mondi, ad Albertville, dopo aver vinto l’oro del Super G il giorno precedente, cadde rovinosamente, per ironia del destino proprio nel suo gigante, e il suo urlo di dolore in mondovisione è ancora oggi impossibile da dimenticare. Piangemmo anche noi con lei. Ginocchio, manco a dirlo, distrutto e la paura di non tornare più quella meravigliosa ballerina delle nevi di prima. Invece, Deborah si prenderà con immutata grazia altri due ori nelle due successive Olimpiadi, oltre a svariati successi. Ed erano, appunto, altri tempi, quando una caviglia malconcia, per esempio quella di Marco Van Basten, poteva significare l’addio ai sogni di gloria. A distanza di anni, Deborah, parlando di quell’episodio, lo ha definito nelle pagine del suo libro come il “momento cruciale” della carriera. Male che diventa bene, la difficoltà che assurge a trionfo, e speriamo che Fede potrà raccontare qualcosa di simile quando avrà detto basta con lo sci.

Poi, sempre per chi la ricirda, c’è la storia al limite dell’impossibile di Hermann Maier, l’Herminator di fine anni Novanta. Uno che dava del tu alla paura, spaventandola. Nell’estate del 2001, il campione austriaco subì un incidente in moto. Arrivò ad un millimetro dall’amputazione della gamba e per cinquecento giorni fu considerato un ex sciatore anche dai più ottimisti. Cinquecento. Aveva già vinto in precedenza tre Coppe del mondo, la sua era la forza più bestiale mai ammirata sulla neve. Un iradiddio, un torrente che spezza gli argini, l’archetipo della forza muscolare. Poi l’incidente. L’impatto fu devastante, finì giù nel fosso a bordo strada profondo una decina di metri, con la gamba destra che subì uno schiacciamento terribile: frattura esposta di tibia e perone. Sette ore sotto i ferri per restituirlo almeno ad una vita normale, la terapia intensiva, poi il responso: “sarà quasi impossibile rivederlo in gara”. Figuriamoci.
Hermann non solo ritornò a fare ciò che gli riusciva meglio ma lo fece da campione del mondo. Con una gamba che per chiunque altro avrebbe significato pensione ma i campioni, inutile ripeterlo, hanno risorse feline. Sette vite, se non di più.

Insomma, i precedenti dal lieto fine sono davvero tanti. Precedenti ai quali, siamo certi, si aggiungerà anche quello di Federica Brignone. In bocca al lupo, Tigre. Ci rivediamo al solito posto più forti di prima.

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