Noi vogliamo un’Europa diversa. Di Domenico Bonvegna

"Ripartire dall’Europa significa tornare alle radici. Ripensare l’Unione vuol dire mettere da parte l’ideologia da Manifesto di Ventotene, secondo cui tutto deve calare dall’alto, e tornare alla sostanza delle esigenze dei popoli".

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Nel frastuono mediatico di interventi più o meno interessanti per le prossime elezioni europee, quello che più di altri mi ha sedotto maggiormente è l’intervento di 15 minuti di Giorgia Meloni, per via telematica alla Convention dei Patrioti spagnoli a Madrid, “Europa VIVA 24”di Vox di Santiago Abascal.

Per qualcuno sarò troppo di parte, è probabile, anche se ci tengo a sottolineare che NON ho mai avuto una tessera partitica. Un polemista cattolico diceva appartengo al “Partito di Dio”. Meloni è intervenuta come presidente del Consiglio del Governo italiano, ma anche come Presidente dei Conservatori Europei (ECR). A proposito la Meloni ha talmente egemonizzato i media italiani, che si fa fatica a trovare il suo discorso completo. Cercherò di sottolineare alcuni passaggi meritevoli di essere ricordati. Comincio con quello contro il fondamentalismo verde. Siamo conservatori e amiamo la natura, ma la vogliamo difendere con l’uomo dentro, ha detto “Giorgia”.

Perché non esiste sostenibilità ambientale senza l’attività dell’uomo. Invece gli ecocatastrofisti, “pensano che l’uomo sia nemico della natura, non solo per le attività che svolge, ma per il fatto stesso di esistere, e ci sono cattivi maestri che ci spiegano che non dobbiamo fare figli perché i figli inquinano”. L’UE in questi anni, “ha preteso di decidere quello che potevamo o non potevamo mangiare, come dovevamo o non dovevamo ristrutturare le nostre case (ovviamente senza dirci con quali soldi dovevamo farlo), quale automobile potevamo o non potevamo guidare, quale tecnologia le nostre aziende potevano o non potevano utilizzare”.

Sostanzialmente i fondamentalisti verdi, hanno utilizzato l’alibi della difesa della natura per dare vita a un attacco alla nostra libertà che noi dobbiamo respingere. Successivamente il nostro Presidente ha toccato i temi storici. “L’Unione europea che abbiamo in mente deve ritrovare l’orgoglio della sua storia e della sua identità. Continueremo a opporci con forza a tutti i tentativi di negare o cancellare le nostre radici culturali, a partire da quelle cristiane. Perché è un fatto che furono i monasteri i primi mattoni dell’Europa, e dimenticarlo, negarlo, sminuirlo significa negare il senso stesso dell’Europa come civiltà, e non intendiamo consentirlo”.

Inoltre, ha dato spazio ai temi etici. “Ci opporremo, allo stesso modo, a chi vuole mettere in discussione la famiglia, quale pilastro della nostra società, a chi vuole introdurre la teoria gender nelle scuole, a chi intende favorire pratiche disumane come la maternità surrogata. Perché nessuno mi convincerà mai che si possa definire progresso consentire a uomini ricchi di comprare il corpo di donne povere, o scegliere i figli come fossero prodotti del supermercato.

Non è progresso, è oscurantismo, e sono fiera che al parlamento italiano sia in approvazione, su proposta di Fratelli d’Italia, una legge che vuole fare dell’utero in affitto un reato universale, cioè perseguibile in Italia anche se commesso all’estero”. Giorgia Meloni, decisamente afferma che contrasterà la sinistra, insieme a tutti i conservatori europei. Una sinistra accecata dal desiderio di cancellare le identità, e che, “intende usare Bruxelles per imporre la sua agenda globalista e nichilista, dove le nazioni sono ridotte a incidenti della storia, le persone a meri consumatori, dove multiculturalismo e relativismo etico sono spacciati come i pilastri necessari dell’integrazione europea”.

Dopo quest’ampia selezione del discorso della Meloni, intendo segnalare e porre alla vostra attenzione un altro intervento-discorso abbastanza interessante del Sottosegretario Alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano che ha fatto a Convegno del 15 maggio scorso a Roma, organizzato dal Centro Studi “Rosario Livatino”, dal tema: “Ripartire dall’Europa, ripensare l’unione”. Anche per questo intervento cercherò di selezionare i passaggi più significativi. Il testo completo lo trovate nel sito del Centro Studi Rosario Livatino e della del settimanale “Tempi”.

Mantovano inizia con una riflessione “religiosa”, (la prima cartolina). L’Europa, ancora prima che il“sole vero sorgesse” in Palestina, lo attendeva da molto tempo come si può constatare dall’enorme monumento sepolcrale “Newgrange” di Drogheda in Irlanda, realizzato tra il 3.000 e il 2.700 a.C. Poi continua con altre “cartoline” storiche, per avvalorare le sue tesi sulle origini cristiane del nostro Vecchio Continente. Perché il Sottosegretario ha proposto queste immagini: Che cosa ha voluto dire?
“Voglio dire che non c’è angolo d’Europa che non sia stato illuminato dalla luce che in un posto così periferico come Drogheda veniva evocata per indicare la speranza nella vita oltre la morte.

Non c’è opera letteraria o artistica europea che possa prescinderne, anche solo per provare a spegnarla. Lo attesta perfino la bandiera dell’Unione Europea, con le dodici stelle su fondo azzurro, che rinvia direttamente alla Madre del figlio di Dio, al di là della consapevolezza del suo significato da parte di chi l’ha adottata”. Subito Mantovano precisa che non intende rivendicare primazie confessionali.

Pertanto, è convinto che è “sempre attuale la magistrale lezione di papa Benedetto XVI a Ratisbona, quando – riprendendo il dialogo di Manuele Paleologo col saggio sufi – sottolineava che la fede non si impone con la spada”. In pratica, perfino un ateo deve prendere atto che senza la radice cristiana, che ha inverato e vivificato le radici greca e romana, “l’Europa sarebbe rimasta una penisola occidentale del grande continente asiatico: tale è geograficamente”.

Quindi, “se l’Europa è qualificata come continente è esclusivamente per ragioni storiche e culturali: è perché sulle terre che avevano visto espandersi e rovinare gli imperi greci e romani hanno arato e seminato in tanti, da San Benedetto in poi, i quali hanno fatto crescere i contadi e le città, e in esse le università, i luoghi di cura, le cattedrali, e poi le strutture politiche e gli ordinamenti giuridici”. Un ottimo libro che sto leggendo in questi giorni studia questi aspetti, si tratta di “Il Millennio d’Europa”, dello storico polacco Oscar Halecki, pubblicato da D’Ettoris Editori(2023).
Comunque per Mantovano per ripensare l’Unione, occorre vincere il paradosso che ha preso piede da anni, anzi da decenni: “quello di istituzioni europee che puntano a rendere tutto eguale, da Stoccolma a La Valletta, dalle dimensioni degli ortaggi alle realizzazioni del PNRR, ma poi rifiutano il solo elemento realmente che identifica e unisce l’Europa”. Ci si irrigidisce sui dettagli e poi invece su quello che conta decidere compatti, ognuno fa come vuole, si trascura l’essenziale. E Mantovano precisa che non si riferisce solo all’Ucraina o a Gaza. Parlo di quello che accade in un continente come l’Africa, diventato centrale anche per l’Europa.

E qui per farsi capire, invece delle cartoline, utilizza la carta geografica, limitandosi all’area del Mar Rosso. A quello che è successo nell’ultimo anno. A come sia cambiato in breve tempo, lo scenario geo-politico di questi territori. Mi limito a qualche riferimento territoriale come quello dell’Etiopia, il Sudan, la Somalia, lo Yemen, l’Arabia Saudita. A distanza di un anno, in questi Paesi hanno preso il sopravvento gruppi terroristici islamisti abbastanza significativi che stanno mettendo a rischio la stabilità politica dell’area.

Si pensi al Sudan in preda a una devastante guerra civile esplosa nell’aprile 2023, con un territorio diviso in due e con una situazione umanitaria catastrofica, circa 25 milioni di persone malnutrite, 8 milioni di sfollati interni, quasi 2 milioni di persone fuggite nei territori confinanti di Sud Sudan, Ciad ed Egitto. Il rischio di alimentare i flussi migratori verso l’Europa è più che che concreto. Sorvolo su altri Paesi, passo agli attacchi Houthi contro le navi che attraversano il mar Rosso e il golfo di Aden e poi Israele sotto attacco.

E ancora, si chiede il sottosegretario: “Che c’entra questa rassegna con la prima parte del mio intervento? Che c’entra con l’Europa?”. C’entra, perché fra poco, se non cambia nulla, milioni di profughi sudanesi saranno fra noi. E con loro milioni di siriani, in fuga dal Libano, se la crisi di questa piccola grande Nazione si aggraverà”. Inoltre occorre stare attenti al nuovo asse di resistenza fondamentalista islamista guidato dall’Iran con i movimenti paraterroristici di Hamas, Hezbollah e gli stessi Houthi. Questi terroristi possono estendere i loro attacchi al territorio europeo.

A fronte di tutto questo per Mantovano, l’Europa di oggi, pare incapace “di dare risposte a un quadro geo politico che cambia con tanta rapidità”. Inoltre, lamenta che si sia data poca rilevanza a tutti questi rischi, quale tg se ne sta occupando o parlando. I temi sono altri come la separazione delle carriere dei magistrati.

Per quanto riguarda l’Africa il Sottosegretario ricorda che occorre occuparsi con lo spirito costruttivo e non predatorio. “Le nuove sfide geopolitiche ne esigono il coinvolgimento da protagonista”. Ecco perché, “da Nazione europea, abbiamo lanciato il piano Mattei per l’Africa”. Si tratta di un orizzonte “entro il quale definire ogni singolo passo sulla base di un confronto paritario con gli interlocutori africani, rendendo sempre stretti i reciproci legami di fiducia e di collaborazione”.

Ripartire dall’Europa significa tornare alle radici. Ripensare l’Unione vuol dire mettere da parte l’ideologia da Manifesto di Ventotene, secondo cui tutto deve calare dall’alto, e tornare alla sostanza delle esigenze dei popoli. Dunque un lavoro di ripartenza che non ha scopi confessionali, ma antropologici, dove i cristiani residuali dovrebbero stare in prima fila. “Vi è ancora spazio – si domanda Mantovano – per un contributo di pensiero e di testimonianza? O dobbiamo rassegnarci, quasi senza speranza, a vedere una saracinesca abbassata, col cartello ‘chiuso per cessazione di attività’, perché non si ha più nulla da dire e da fare?

All’ultimo Meeting di Rimini è stata allestita una bella mostra su Charles Péguy. Di Péguy si ricordano tanti passaggi acuti; ne riprendo uno: “la disperazione– egli dice – è il peccato più grave, perché è il rifiuto a trarre profitto dalle infecondità dell’insuccesso”. Infatti, “Giuda si perde perché non ha più speranza, più ancora che per aver tradito”. Il peccato più grave è, dopo aver scambiato la luce con i lumi ed esserne stati pesantemente delusi, immaginare che la luce vera, quella preconizzata a Newgrange e accesa da duemila anni in ogni angolo d’Europa, si sia spenta definitivamente. Ma oltre a Péguy,

“c’è stato un grande europeo, che pareva anche lui avviato a collezionare insuccessi, che invece è stato straordinariamente capace di renderli fecondi. Al momento del crollo dei Muri, da lui tenacemente perseguito, di fronte a chi evocava ingenuamente ‘la fine della storia’, Karol Wojtyla esortò tutti, fedeli e non, a vincere il ‘fatalismo della storia’.

Chi ha responsabilità politiche è chiamato a convincersi che c’è un solo modo per vincere la disperazione e il fatalismo della storia. Ed è ‘fare la storia’. Nei primi anni di Pontificato la critica più frequente che i media progressisti rivolgevano a Papa Wojtyla era di non essere al passo coi tempi. A loro modo avevano ragione: dopo appena un decennio è stata la storia che ha deciso di porsi al passo di Giovanni Paolo II.
È quello che, con i limiti di ciascuno e con l’aiuto di Dio, nell’Europa di oggi viene chiesto a ciascuno di noi.

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