RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Il tempo delle feste, per molti di noi, è quel momento sospeso in cui ci si concede il lusso di restare un po’ di più a tavola. Si mangia, si discorre, si ride. E se tra i commensali ci sono parenti un po’ più avanti negli anni, oltre alle immancabili domande rivolte ai più giovani — “Ti sposi?”, “Figli niente?” — arriva puntuale anche il grande classico: «Ai miei tempi…».
È proprio durante uno di questi viaggi nostalgici nel passato che il discorso finisce sui cani e su ciò che è cambiato. «Ai miei tempi i cani stavano nelle cascine», racconta qualcuno. «Servivano per fare la guardia: più erano cattivi, meglio era. Mangiavano quello che avanzava, dormivano fuori con qualsiasi tempo e se si fossero fatti male si sarebbero curati da soli». Racconti veri, appartenenti a un’altra epoca. Ma oggi il mondo è cambiato. E con lui è cambiato anche il modo di vivere con un cane.
Oggi avere un cane non è più solo una scelta funzionale, ma una relazione quotidiana fatta di attenzioni, rinunce, responsabilità. Chi convive con un cane lo sa bene: lo si porta fuori con la pioggia, con il freddo, quando si ha la febbre o il raffreddore. Si organizzano le giornate anche in funzione delle sue esigenze. E nel “kit” della passeggiata non mancano mai sacchetti igienici, acqua, qualche premio, salviettine umide.
Da qualche tempo, però, nei quartieri della provincia di Milano, (tra i quali anche un parco pubblico di Magenta), a questo elenco di accessori fondamentali si è aggiunto un oggetto che fa riflettere: lo spray al peperoncino (legalmente acquistabile da chi ha almeno 16 anni, purché il prodotto sia conforme ai requisiti stabiliti dal decreto ministeriale 12 maggio 2011).
Non per eccesso di allarmismo, ma per una sensazione diffusa di insicurezza. Insicurezza personale — soprattutto nei mesi invernali, quando fa buio presto e spesso ci si trova a passeggiare da sole — e insicurezza per i propri cani.
Negli ultimi mesi, infatti, nel mio quartiere magentino di periferia gli episodi di aggressioni tra animali sono aumentati in modo preoccupante. Episodi rapidi, violenti, spesso imprevedibili, che hanno coinvolto cani di piccola e grande taglia.
Non serve scendere nei dettagli per capire che le conseguenze possono essere gravi: ferite importanti, interventi veterinari urgenti e molto costosi, traumi che restano a lungo, non solo negli animali ma anche nelle persone che assistono impotenti.
Una di queste aggressioni ha coinvolto anche la mia cagnolina, che è viva per miracolo. E io non posso restare a guardare passivamente, augurandomi solo che non capiti più a me o ad altri.
Più controlli e responsabilità individuali
E’ necessario fermarsi e cambiare prospettiva.
Nei parchi cittadini non serve il coraggio: serve prevenzione. E la prevenzione passa da regole rispettate, controlli reali e responsabilità individuali. Perché questo non è un problema di “sfortuna”, né una guerra tra chi ama i cani e chi li teme. È, prima di tutto, una questione di responsabilità.
Dal punto di vista normativo, la legge italiana è chiara su un punto fondamentale: chi conduce un cane è responsabile dei danni che questo può causare (art. 2052 del Codice Civile, art. 672 del Codice Penale, ordinanza del 2025 del Ministero della Salute). Non esistono più elenchi di razze pericolose, ed è una scelta corretta, perché ogni cane è un individuo. Ma ciò non significa negare l’evidenza: non tutti i cani hanno la stessa forza fisica, la stessa capacità di arrecare danni, la stessa gestibilità in situazioni critiche.
Per questo motivo, la legge e il buon senso si incontrano su alcuni strumenti di prevenzione che dovrebbero essere considerati non come imposizioni, ma come atti di civiltà.
Il guinzaglio, nei luoghi pubblici, non è facoltativo. È lo strumento che consente a chi conduce il cane di intervenire immediatamente, di evitare incontri rischiosi, di proteggere il proprio animale e quello degli altri. Tenerlo “pronto all’occorrenza” non è sufficiente, perché l’occorrenza, per definizione, non è prevedibile.
La museruola, da avere sempre con sé e da utilizzare quando il contesto lo richiede — luoghi affollati, spazi ristretti, situazioni potenzialmente stressanti — non è una punizione. È una tutela. Per tutti.
Un altro tema spesso sottovalutato riguarda a chi affidiamo i nostri cani. Voler bene a un animale non equivale automaticamente a saperlo gestire. Condurre un cane, soprattutto se di grande taglia o particolarmente forte, richiede attenzione costante, forza fisica adeguata, capacità di leggere le situazioni e di intervenire con prontezza. Affidare un cane a chi non è in grado di controllarlo significa esporre tutti — cane compreso — a rischi inutili.
Obbligatoria un’assicurazione per tutelare dai danni causati dal proprio cane
Accanto alla responsabilità individuale, serve però anche una presa di posizione chiara delle istituzioni. È qui che la politica può e deve fare la propria parte.
Rendere obbligatoria un’assicurazione per i danni causati dal proprio cane è una misura concreta, immediatamente attuabile e di buon senso. Non si tratta di criminalizzare chi possiede un animale, ma di responsabilizzare. Un’assicurazione tutela chi subisce un danno, garantisce risarcimenti certi e rapidi e contribuisce a diffondere una cultura della prevenzione.
A questo devono affiancarsi controlli reali sul rispetto delle regole, una vigilanza efficace nei parchi cittadini, sanzioni applicate quando necessario e campagne di informazione che spieghino perché guinzaglio e museruola non sono nemici della libertà, ma alleati della convivenza.
Forse è vero che “ai nostri tempi” le cose erano diverse. Ma oggi viviamo città più dense, spazi condivisi, parchi frequentati da famiglie, anziani, bambini e animali. Non possiamo permetterci leggerezze.
Perché voler bene ai cani significa anche assumersi la responsabilità delle loro azioni.
Valentina Milanta


















