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Lugano. “Le sfide di un cinema che cerca dialogo e cambiamento”

In questi giorni a Lugano sono stati proiettati molti film che aiutino a comprendere il punto di vista di molte popolazioni all’apparenza lontane da noi.

Parlare del Camerun è importante, poiché è stato uno dei Paesi che ha subito di più la colonizzazione europea.

In questo film (vedi recensione), la regista ha voluto raccontare come vivano davvero i suoi connazionali, trasmettendo una visione diversa da quella del Nord del mondo. Uno sguardo decolonizzante è quello che la regista ci offre durante l’intervista.

Conversazione con la regista Rosine Mbakam (Segue recensione film).

Della sua formazione, la regista racconta di essere entrata nel cinema tardi.

Cercavo prima di tutto un modo per raccontare le storie che aveva in mente.

Oggi per lei il cinema è un modo per sopravvivere, perché se non raccontasse le storie di sua madre, le sue nonne e sorelle, la loro generazione morirebbe con loro. Ci saranno registi occidentali che un giorno attingeranno ai suoi film. Quindi lei non deve girare pellicole per il divertimento, ha un altro compito.

Alla mia osservazione se le sue opere sarebbero state conservate come divulgazione alla memoria, in biblioteche ed archivi, ha confermato che l’idea sarebbe proprio quella.

Per questo suo film, Rosine ha attinto proprio dalla sua famiglia.

Cugine, zie, sorelle si sono messe a disposizione per raccontare una storia nella quale la protagonista affronta tantissime difficoltà in un Camerun che risente di un’epoca colonialista che ha rubato risorse e sfruttato forza lavoro, senza regalare in cambio neanche uno sviluppo equo.

Non sono quindi attori professionisti ma hanno saputo immergersi nel ruolo di sé stesse.

Con grande cooperazione, ogni membro si è messo a disposizione, chiedendo direttive e spiegazioni, erano stupite perché secondo loro non c’era niente di interessante nelle loro vite che si potesse raccontare in un film.

Per la regista girare un film significa ricreare qualcosa di presente nell’immaginario che già tutti abbiamo, in un modo di vedere l’Africa che non è quello reale, ma quello colonialista.

La regista stessa dichiara di essere stata nutrita da quel tipo di cinema sull’Africa, ma non racconta davvero la vita delle persone, con il suo sguardo si è staccata da una visione esotistica, da una prospettiva occidentale ed europea in particolare.

Per riuscire a rovesciare questa visione, prima di tutto ha lavorato su se stessa per superare la stessa visione trasmessale da uno sguardo di potere esterno, dovuto si primi film che lei stessa aveva visto da ragazza, da una concezione che influisce anche sul nostro modo di costruire relazioni.

La forza coloniale è ancora radicata anche all’interno dell’Africa stessa e del Camerun, in settori come la scuola, l’economia e la società, perché manca un confronto, e per capire cosa intende, la regista dice che si potrebbe immaginare questo dominio occidentale come una bella donna che si guarda allo specchio e solo nel momento in cui si porrà delle domande, capirà che nel sistema non è ancora cambiato niente.

Facendo riferimento alla parte di storia concentrata sulla protagonista che chiede l’intervento dei servizi sociali, per far ricordare al compagno i suoi doveri di collaborazione alle necessità dei figli, e avendo visto come la donna, già tanto sacrificata si sia vista rimproverare, per il fatto che i due non siano legalmente sposati, come fosse una giustificazione per lui, ho chiesto se le istituzioni non ostacolino la modernità femminile nei costumi e nelle relazioni di coppia, cambiamenti che iniziano però ad intravedersi anche in Africa.

Purtroppo la risposta non è stata collegata alla mia domanda, per cui si rende inutile riferirla, probabilmente c’è stato un errore di traduzione.

Ho domandato anche se l’attrice che ha interpretato la vedova, fosse a sua volta una parente, e come siano le condizioni di chi rimane sola nel suo Paese.

“In realtà non c’è una situazione particolare per loro”, mi ha risposto, “fanno semplicemente parte di un sistema che è molto solidale, non vengono escluse, fanno parte della comunità, sono circondate anche dalle persone locali, e come abbiamo visto nel film, vengono aiutate e si vede la protagonista Pierrette che nelle sue mansioni quotidiane, integra portare per esempio dei pasti alla vedova di un famigliare stretto”.

Riguardo alle scelte di sceneggiatura del tempo nel film, la regista dice che per lei doveva essere scandito dallo sguardo della protagonista, ed è lei a dare il ritmo di questo film, per esempio, deambulando nell’atelier.

Il film si è adeguato a lei e non viceversa.

Sulla scelta delle lingue impiegate, inglese, francese e lingue locali, la Mbakam ha detto che a suo parere nelle lingue risieda una riappropriazione di forza e identità. Quando ho appreso io il francese era come un gioco a scuola, ma avvertivo la pressione di dovermi impegnare per imparare la lingua del colonizzatore. Invece la protagonista si riappropria della sua lingua parlandola come vuole, e in queste lingue, a volte mischiate tra inglese e francese, c’è tutta la bellezza di essere liberi dal potere e di poter dire e fare quello che si vuole.

Per Rosine un festival come quello di Lugano, restituisce umanità ad un sistema alterato da norme che non rispettano gli esseri umani, e che il suo ruolo sia proprio riattivare l’umanità in ciascuno di noi, e di consentire di rimettere l’uomo al centro delle sfide che deve superare ogni giorno, e ci ricorda anche che tutti noi siamo sacri e dovremmo vivere al centro di questa sacralità.

Infine dovrebbe riaprire lo scambio ed il dialogo tra nord e sud del mondo, modificando le idee che gli occidentali hanno di noi, portando al rinnovamento.

Tornando sul discorso del comportamento dell’assistente sociale, che sembra fare una critica a quelle che sono ritenute nascite senza controllo e senza l’aiuto di un padre, problema però presente anche nella nostra società, ha spiegato che in Camerun ci sono molte madri sole e che lottano per sopravvivere, quindi ammette che si tratti di una critica per spingere uomini e donne a mettersi in discussione ed io mostro delle immagini, con la speranza che conducano a questa auto riflessione, trasformando le persone.

Sulla distribuzione del film, ha sottolineato come a volte il pubblico occidentale si senta disturbato dalle sue storie, di solito preferisce non andare oltre l’azione, motivo per il quale magari dà del denaro, ma non voglio poi conoscere come proceda la situazione. Le sfide del suo cinema è il confronto con un pubblico che possa accogliere i suoi film; ma la resistenza si riscontra anche in Camerun, ad esempio alcuni uomini, quando aveva mostrato l’opera per la prima volta, si erano lamentati di come la figura maschile veniva raccontata. Ma ciò che vuole Rosine è proprio disturbare.

Il messaggio di questo film sorprende, proprio perché Pierrette dichiara qualcosa che spesso si ripete da noi: ‘bisogna essere donne forti, resistere anche facendo a meno degli uomini’; emergendo da uno scardinamento delle tradizioni, come per il fatto di rivolgersi ad una assistente sociale. Tuttavia, un certo tessuto sottostante cerca ancora di trattenere le donne, pretendendo non siano forti, libere e indipendenti. Le giovani donne certamente si congratulano quando vedono Pierrette prendere decisioni in modo autonomo, come questa. Gli uomini per contro nel film parlano poco, a fronte di una Pierrette che dichiara in finale che se ne può fare a meno e bisogna lottare con le proprie forze, senza cercare scudi.

I camerunensi uomini si sono sentiti un po’ denigrati da questo messaggio rivoluzionario.

Recensione film “MAMBAR PIERRETTE”.

Assistiamo alle traversie di Pierrette, sarta del proprio villaggio camerunense, che ogni giorno lavora senza sosta su ordinazioni di vario tipo.

Si avvicina la riapertura delle scuole, quindi lei prende le misure per tutte le nuove divise, oltre agli abiti su misura per tutti i tipi di cerimonie, dai funerali ai matrimoni.

Le scadenze sono scandite dalle tradizioni: Pierrette conosce i tempi della riconsegna di un corpo, ad esempio, quindi sa dire per quando dovranno essere pronti gli abiti per i famigliari.

Scorre così un calendario perfettamente incastrato nelle vicende del villaggio, dando occasione di scambi umani, confidenze, speranze spesso disilluse, sostegno emotivo quando serve.

Parallelamente a questo, incidenti non prevedibili, come una inondazione che potrebbe rovinare abiti pronti per le consegne e stoffe da cucire; una aggressione che la lascia completamente derubata del denaro che aveva con sé… Le opere di solidarietà per la madre anziana e le parenti prossime rimaste vedove ed i doveri di madre verso i figli.

Il compagno è solo un’ombra sullo sfondo, e sembra più dedito alle proprie gratificazioni immature e alla più totale deresponsabilizzazione.

Il messaggio che emerge è quello di come queste donne siano diventate per forza di cose molto indipendenti e molto resilienti.

A cura di Monica Mazzei

Redattrice culturale per

TicinoNotizie.it

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