“THE ENCAMPENTS”, doc diretto e prodotto da Kei Pritsker e Michael T. Workman, (USA, 2025).
Il documentario prende avvio sulle proteste infiammatesi nelle centinaia di accampamenti umani, improvvisati presso il campus della Columbia University, per poi spargersi a macchia d’olio per numerose altre università americane e persino europee e svizzere.
La motivazione è stata la strage di civili inermi ignorata dai potenti, sulla Striscia di Gaza.
Molti i discorsi ripresi decantati da moltissimi palestinesi naturalizzati americani e non, ma anche ebrei naturalizzati americani e non, più cittadini americani nativi.
Una foltissima e sterminata gioventù con l’ideale della richiesta urgente di salvezza di vite umane.
Al centro della protesta, un fulcro importante: la maggioranza degli studenti ha firmato per richiedere il disinvestimento da parte dell’Università in Israele, perché conflitti di interessi come questi, impediscono un’analisi obiettiva della catastrofe umanitaria.
Purtroppo non solo il rifiuto persino alle trattative dell’ateneo è secco e non scalfibile, ma anche i media sono coalizzati nel definire il semplice citare la Palestina, come un attacco antisemita ad Israele.
Le proteste sono assolutamente pacifiche, ma tutti questi giovani saranno bollati di essere dei criminali violenti, che avrebbero subito il lavaggio del cervello da parte di una narrazione nientemeno che pro-Hamas.
Il documentario vedrà l’inserimento di spezzoni d’archivio di proteste rimaste celebri, come quella contro la guerra in Vietnam: la Columbia in particolare, è sempre stata teatro delle insurrezioni più potenti da parte della gioventù, contro soprusi e mancanza di rispetto dei diritti umani e civili.
La triste conclusione della vicenda durata settimane, sotto l’egida di Trump, porterà ad espulsioni dall’università, annullamenti di lauree, espulsioni dagli Stati Uniti e incarcerazioni illeciti, prive di reati accusabili.
Questa visione ha acceso di seguito un dibattito ed un commento, dedicati al rischio della soppressione del diritto a manifestare ovunque nel mondo, inclusi il Ticino e la Svizzera (nuova legge in vigore dal gennaio 2027, sulle manifestazioni in Ticino), e con la continuazione del racconto delle conseguenze seguite a quelle proteste.
Relatori: Alicia Giraudel, giurista di Amnesty International Svizzera;
Paolo Barcella, storico e professore associato di Storia contemporanea;
Ha moderato la giornalista RSI, Anna Bernasconi.
Queste le osservazioni principali scaturite:
“Quest’opera parla alle nostre coscienze, e rappresenta uno strumento della democrazia che permette di dissentire e disobbedire.
L’effetto domino negli atenei degli Stati Uniti si ferma nel 2024.
Le istituzioni di Trump hanno reagito con dei tagli impietosi e un controllo stabile degli agenti di polizia negli atenei, e un controllo rigido di razza e colore degli studenti e sui ragazzi dal Medio Oriente, che desiderano un visto per entrare come studenti. Kalidh, che parla molto nel doc, è stato messo in prigione per quasi tre mesi, aveva era la moglie al termine della gravidanza e perde la nascita di suo figlio, e poi viene espulso senza aver commesso nessun reato (pare abbia fornito solo il proprio commento alla vicenda), nonostante fosse un residente palestinese laureato, stabile ed integrato. Le sue origini affondavano in un accampamento profughi, nel quale sua nonna partorì suo padre nel 1948, in seguito alle prime fughe a piedi di palestinesi, dopo i primi attacchi dei coloni israeliani, da poco arrivati.
Rispetto agli obiettivi che si erano dati i manifestanti, non hanno vinto ma è anche difficile immaginare che in movimento storico come questo, con la fase politica e storica attuale, si potesse vincere: soffia un vento che va in altra direzione e basta vedere cosa succede nel mondo, con diritti fondamentali che sono messi in discussione per una grande fetta di popolazione.
‘L’altro’ è diventato un nemico da delegittimare.
Ma riuscire a creare delle situazioni di protesta del genere è già una vittoria.
Vige una sensazione di impotenza forte, e molta repressione da parte delle autorità, con negazione della realtà.
L’impotenza è una sensazione che hanno molte persone, e che animava i manifestanti, che protestavano contro la guerra nel Golfo per esempio, e poi le cose sono andate nel modo contrario a come aveva promesso chi la guerra l’aveva voluta, creando uno scenario catastrofico, e portando anche i fautori ad ammettere oggi come fosse stata un errore e come abbia mandato fuori controllo tutta un’area.
Negli USA tutte le università di prestigio sono state prese di mira da Trump, il periodo successivo ha portato ordini su più di 300 studenti, che si sono visti revocare il permesso di soggiorno, e anche ricercatori e ricercatrici si recano in ateneo con timore.
È stato bersagliato anche un preside che ha parlato di fratellanza fra tutti gli studenti, indipendentemente da etnica, colore e credo.
Qualcosa di analogo è successo anche in Europa, anche se per ora non a questi livelli, poiché lo Stato spesso gestisce gli atenei.
Non abbiamo in Europa qualcosa di paragonabile, ma non significa che non si coltivi anche qui lo spirito critico.
Una delle cause è l’aver ridotto lo studio universitario ad una enunciazione di competenze compatibili con il mondo del lavoro, delle quali le facoltà debbono dimostrare per prime di essere erogatrici: logico che tutte le materie umanistiche che sostengono l’elaborazione del pensiero critico, siano immediatamente penalizzate.
La difficoltà a trovare un lavoro subito dopo la laurea, fa sì che lo studio debba essere direttamente collegabile alle necessità del mondo del lavoro.
Uno schema così standardizza molto i processi e normalizza l’apatia intellettuale.
Un’altra causa è il fatto che vanno via vi scomparendo gli spazi autogestiti che fisicamente favorivano le proteste, fin da quelle più celebri degli anni Settanta.
Amnesty International voleva organizzare una conferenza sulla Palestina presso l’Università di Berna, che non l’ha concessa con la motivazione che la visione dei relatori non sarebbe stata equilibrata, senza la presenza anche di conferenzieri israeliani: l’ospite doveva essere Francesca Albanese.
È stato ripreso il commento sul diritto a manifestare sempre più in pericolo, anche a causa del messaggio dei media: sempre più spesso sentiamo definire le manifestazioni come ‘non autorizzate’, ma già un concetto del genere è in contraddizione con il diritto stesso di riunione delle persone e della manifestazione: il messaggio è di induzione all’idea di criminalizzazione nella cittadinanza, che non riesce a comprendere cosa sia in pericolo.
Tornando sulla legge presto in vigore in Svizzera, la nuova prassi prevede che chi organizza la manifestazione, si assuma tutti i costi di eventuali individui che fanno danni e di eventuali interventi di polizia: una cosa del genere rappresenta di fatto una limitazione molto difficile da superare.
La conferenza si è conclusa citando le parole di speranza del Premio Nobel per la Pace 2026, Navanethem Navi Pillay:
“Non scoraggiatevi, anche nei momenti bui non bisogna arrendersi perché la storia non è lineare, e il mondo cambia lentamente ma cambierà”.
A cura di Monica Mazzei
Redattrice culturale per
TicinoNitizie.it













