HomeCinemaAl Festival dei Diritti Umani di Lugano: Naza, il documentario

Al Festival dei Diritti Umani di Lugano: Naza, il documentario

NAZA, diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor
Produzione THE GUARDIAN e JW FILMS (James Wilson), con la produzione esecutiva di Jonathan Glazer.

‘Naza’ è il documento probabilmente più importante su tutte le guerre attuali e non solo quella sulla Striscia di Gaza, non solo perché riporta la crudeltà con la quale si massacrano civili indifesi, ma perché ci svela quali siano le tecnologie moderne impiegate.

Il racconto è forte. Se siete impressionabili, non leggetelo. Come dovete sapere, quando lo Stato di Israele si è insediato in Palestina, ha iniziato da subito a prendere il controllo di ogni tipo di servizio, inclusi quelli telefonici, proprio perché mirava all’impiego dei propri servizi segreti attraverso di essi. Qui si parlava degli anni Quaranta.

La tecnologia israeliana è da sempre la più avanzata al mondo, e l’intelligenza artificiale odierna è tra le più sviluppate negli impieghi di guerra.

Oggigiorno tutto ciò ha effetti spaventosi: sono in grado di inserirsi nei telefoni cellulari di ogni cittadino palestinese, ne ascoltano le conversazioni, in casa come nelle chiamate, ne leggono i messaggi, identificano i loro interlocutori, ne spiano le foto gallery private e tutti i siti visitati e chiaramente, le e-mail.

Quando bombardano, non è un caso: loro hanno già deciso un soggetto da ‘terminare’, e colpirlo a casa sua è molto più facile, magari quando sta dormendo. Aspettano un segnale, come ad esempio una bambina di 12 anni che esclama in casa: “Papà è tornato!”.

Da quel momento parte il drone, che sgancerà la bomba esattamente nel punto in cui le voci sono state localizzate. “Non importa se vi siano bambini. Non importa se vi siano neonati che gli israeliani hanno appena udito piangere. Devono morire tutti”.

NAZA significa letteralmente una unità umana sterminata, senza distinzione, che sia un bambino, un adulto o un neonato.

Le interviste condotte dagli autori del documentario sui tetti dei grattacieli di Tel Aviv, luogo abbastanza sicuro per non essere scoperti, sono agghiaccianti: soldati o ex soldati israeliani hanno raccontato questo e molto altro, chiedendo di non essere riconoscibili o potrebbero pagare con la vita.

Si snodano i racconti di quelle operazioni. A volte si sentono pianti strazianti nelle case sventrate, se non tutti i membri sono morti subito (loro stanno ascoltando ancora attraverso i telefoni, se non sono distrutti). Genitori che urlano i nomi dei figli. Se non sono morti subito, parte la prossima bomba.
Questo vale anche per strada, attraverso i droni osservano l’effetto sui feriti: se sono ancora vivi e si lamentano, se ne sgancia un’altra e pare quasi un gesto di compassione.

Un passaggio particolarmente impressionante, è stato quando un intervistato ha riferito che un giorno potevano vedere decine di bambini in piedi, in mezzo ai cadaveri dei famigliari. Immobili. Non emettevano un suono. Come morti che camminano.

“Cosa provi ad osservare queste scene?”

“Non provo più niente”

“Hai pensato di non farlo?”

“Non posso. Sono gli ordini”

“Secondo te questi civili sono il nemico?”

Ci pensa. Sembra confuso.

“Si. Lo penso”

“E quando avete sparato alla folla che correva per il pane?”

“Avevamo l’ordine di sparare a chiunque fuoriuscisse anche di poco dal tragitto permesso sul ponte. Mi sono detto che erano gli ordini e dovevo farlo. A fianco a me alcuni militari ridevano, perché correvano veloci, perché avevano paura finisse il pane, ed era difficile colpirli. I morti sono rimasti lì per giorni. Mangiati dai cani. Io non ce l’ho fatta a guardare una cosa del genere, ma tanti hanno guardato”

“Ma come superate tutto questo?”

“Ci sarebbe un servizio di appoggio psicologico, ma in realtà nessuno vi fa capo… Siamo talmente tanto dentro a quella situazione, che eseguiamo e basta”.

“Quanti NAZA colpite in un bombardamento?”

“Non lo so con certezza. Ma una volta abbiamo avuto l’ordine di abbatterne 500, bambini inclusi, per colpirne UNO”.

Si entra in nuovi dettagli tecnici: tutti i palazzi di Gaza sono mappati. Gli israeliani sanno dire quanti piani ci sono e quante finestre ci sono su ogni piano. Ogni piano di un palazzo palestinese è alto all’incirca 3 metri.
Questo serve a stabilire il punto per colpire, ma chiaramente si può sbriciolare l’intero condominio.

“Cosa mi dici di quando colpite civili nonostante avevate avvisato di un bombardamento imminente? Non vi importa se ci sono anziani o disabili che non sono in grado di fuggire e mettersi in salvo?”

“Noi avvisiamo. Poi non è nostro compito occuparci di chi resta. La mentalità comune è che sono più attaccati alla casa e al terreno che alla vita”.

Il documentario a questo punto viene frammentato con immagini di archivio in bianco e nero. Scoprirò dai titoli di coda che alcuni filmati sono stati messi a disposizione da un archivio di Steven Spielberg, noto regista di origine ebraica, denominato “Jewish Film Archive”.

Vi scopro cose che non sapevo, anche se preciso che quando intervistai Vittorio Dan Segre, studioso di origine ebraica deceduto da un po’ di anni, e che collaborò alla fondazione dell’Università della Svizzera italiana, lui mi spiegò che l’idea sionista era già in molti ebrei. Certo, dico io, però senza l’Olocausto non sarebbe mai stato possibile.

Fatto sta che assistiamo a storici filmati, nei quali degli ebraici poggiano la prima pietra su una città ancora inesistente e deserta, proclamando che un giorno li sorgerà Tel Aviv.
Era il 1900. Tel Aviv sarebbe nata nel 1909, e da subito sarebbe stata una città modernissima, nella quale oggi si stagliano infiniti grattacieli.

Ai tempi, con gli ebrei che erano nati lì, si andava d’accordo. Erano tutti vicini di casa. C’era rispetto.

Quando arrivarono i coloni, le cose cambiarono: nel 1948 (lo Stato nacque nel 1947, secondo il Piano di Spartizione sancito dall’ONU), si verificò un primo attacco significativo con vittime palestinesi. La gente urlava, non poteva crederci, ed iniziò subito ad esiliarsi in fuga nei Paesi confinanti.

Finirono per restare lontani anche 30 anni. Sempre con il sogno di tornare, un giorno. Se non costruirono mai case migliori, fu per il sentimento di star tradendo l’amore per la propria terra, fino al punto di preferire di restare in abitazioni misere e fatiscenti.

Dopo questa breve incursione nella storia, si torna al presente. I palazzoni israeliani di Tel Aviv mostrano una vita serena dalle vetrate. Gente in casa guarda la tv, di alcuni si vedono i piedi stesi sul divano, con la cesta a fianco piena di panni piegati.

Le luci splendono nella notte e un aereo di linea sorvola il cielo, indisturbato.

Una sirena squarcia il silenzio: gli abitanti non si scompongono. È arrivato un piccolo drone palestinese, che farà ben pochi danni. Lo ammetto: mi ha fatto pena, a monte dei terrificanti e strutturati attacchi israeliani. Il doc terminerà sulle immagini degli effetti dell’ennesimo bombardamento su Gaza. Un palazzo già fatiscente si è appena sbriciolato.
Un uomo magro e impolverato urla come un pazzo, correndo qua e là: cerca di sentire la voce di moglie e figli tra gli spiragli delle macerie. Non riesce ad accettarlo.

Fuori di sé urla ad un figlio maschio che non si vede e non c’è più: “Te l’avevo detto di guardare tua sorella!”. Piange disperato, con gli occhi sgranati.

Vi saluto con il cuore pesante come un macigno.

LE PREMIAZIONI FFDUL13:

Miglior Film (Concorso internazionale): Promised Spaces di Ivan Marković. (Recensito)
Premio Diritti Umani per l’Autore 2026: alla regista camerunense Rosine Mbakam.(Recensito)
Premio ONG di Amnesty International Svizzera: Effondrement (Collapse). (Recensito)
Premio del pubblico: Trop c’est trop di Elisé Sawasawa
Maggiori info al sito:

https://www.festivaldirittiumani.ch/it/programma

A cura di Monica Mazzei
Redattrice culturale per
TicinoNotizie.it

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