L’Italia che non urla: se il “merito” avesse la faccia delle Olimpiadi

Un’Italia giovane, cosmopolita, vincente. Un gran bel pezzo di gioventù che rappresenta il nostro litigioso Paese meglio di quanto sappiano fare i talk show

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Ogni due o quattro anni, puntuale come un rito di purificazione, accade un miracolo laico: si apre una finestra rimasta chiusa troppo a lungo. È una ventata di aria fresca e sana che entra nelle nostre case, capace di spazzare via il fumo delle polemiche quotidiane e il rumore bianco della politica urlata.

Guardare le Olimpiadi è come far scorrere l’acqua da un rubinetto rimasto sigillato per anni: all’inizio esce torbida, poi diventa limpida, rigenerante.

Quest’anno la magia si è ripetuta. Hanno persino spostato i santuari della nostra abitudine, dal Festival di Sanremo alle liturgie del calcio, per far spazio a un’Italia diversa.

Un’Italia giovane, cosmopolita, vincente. Un gran bel pezzo di gioventù che rappresenta il nostro litigioso Paese meglio di quanto sappiano fare i talk show.

Siamo un popolo troppo spesso rintanato tra le mura di casa, persi nei labirinti di internet o prigionieri del “monoteismo” pallonaro. Siamo quelli del “quasi professionismo”, quelli che si sentono campioni finché una tragedia o la pigrizia non cancellano il nostro nome dalla storia. Eppure, le Olimpiadi ci restituiscono un’immagine nuova: ragazzi che portano gloria in discipline che ignoriamo per 1.400 giorni all’anno, ma che per pochi, intensissimi minuti ci tengono incollati a schermi che una volta erano piccoli e oggi sono 60 pollici di pura adrenalina.

Dietro quelle imprese non c’è la vanità effimera dei post sui social, ma un mare di preparazione silenziosa. C’è il culto del dettaglio, la gestione della tensione, la sostanza di chi lavora nell’ombra per quattro anni per giocarsi tutto in un battito di ciglia. È un ambiente che parla con i fatti e non con le troppe parole a cui siamo assuefatti.

Il punto, però, è un altro: non possiamo permetterci di dare spazio al nostro “meglio” solo una volta ogni lustro. La TV e i giornali devono cambiare passo. Abbiamo bisogno di più eccellenza e meno demenza. Il web, che spesso vive come un parassita dei contenuti altrui, si adeguerebbe di conseguenza.

Dovremmo avere il coraggio di usare di più una parola difficile: merito. O, se preferite un termine meno divisivo, chiamiamola “bravura”. Ma che sia basata sui fatti, non sulle appartenenze. Questi atleti ci insegnano che il successo è figlio della competenza e del sacrificio, non della polemica.

Forse non saremo mai un Paese unito e pacifico su tutto, ma potremmo iniziare a diventare un Paese meno “pallonaro” e più polisportivo, meno litigioso e più concreto. Se la politica imparasse da questi ragazzi, capirebbe che si governa meglio con un po’ più di silenzio e qualche “medaglia” vera in più sul petto dei cittadini.

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