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Nella mischia bagnata dell’Olimpico, Giove Pluvio fa da cornice alla storia di Italrugby: la Scozia s’inchina ai nostri ‘Spartani’

Ventotto fasi, un’eternità. Cronometro rosso, che significa ultima azione; campo ridotto ad acquitrino da un’ora di diluvio torrenziale; Scozia con la palla in mano, la bava alla bocca, tre punti da difendere. Ventotto fasi significano, nel rugby, reiterare l’assalto per ventotto volte, nelle quali chi attacca erode centimetri di campo al prezzo di una fatica bestiale e chi difende placca tutto ciò che si muove spendendo, se possibile, ancora di più.

In altri tempi, gli azzurri avrebbero finito per cedere sotto i colpi irruenti di avversari più avvezzi a un certo tipo di situazioni, incassando l’ennesima onorevole sconfitta. In altri tempi. Perché l’Italia, trasformata nel coraggio da Crowley e dotata di pragmatismo da Quesada, non è più la squadra che si fa intimidire dal blasone dell’avversario e, anzi, lo combatte colpo su colpo.

Così, al ventottesimo assalto stoppato da una difesa organizzata e commovente, la premiata coppia Cannone-Ruzza decide che può bastare così: spinta della maul arrestata, ovale strappato all’avversario e partita in ghiaccio. L’Italia del rugby, all’esordio nel Sei Nazioni 2026, compie così una delle imprese più significative della sua storia, battendo la favoritissima Scozia al termine di un match che – a dirla tutta – avrebbe anche potuto chiudere prima, evitando l’arrivo in volata.

In un pomeriggio romano nel quale Giove Pluvio ha ben pensato di trasformare il match in una guerra di trincea e di nervi saldi, scaricando dal cielo tutta l’acqua possibile e rendendo il gioco alla mano qualcosa ai limiti dell’impossibilità. Prese aeree incluse.

Con metà roster in infermeria, l’Italia ha approcciato la partita nel miglior modo possibile: difesa avanzante, poche concessioni allo spettacolo, chirurgico sfruttamento di ogni occasione. Venti minuti, due mete a referto – meraviglioso il calcetto di Brex che manda Lynagh a marcare – e punteggio che dice 12-0.

Con assai meno certezze rispetto alla vigilia, la Scozia dimostra comunque di essere una squadra di assoluta competenza, capace di adattare il piano di gioco preparato in settimana alle mutate esigenze tattiche. Davanti a un’Italia formato saracinesca, gli scozzesi imbastiscono un match senza più troppi fronzoli, fatto di grandi pedate a esplorare il nostro lato debole: la battaglia nei cieli.

Con il peggiorare del meteo capitolino, la Scozia – seppur con un uomo in meno, in panca per dieci minuti per placcaggio alto – torna sotto nel punteggio e, alla girandola dei cambi intorno al minuto sessanta, è ormai chiaro a tutti che la contesa resterà appesa a un filo fino alla fine.

Poi l’ultima, inesausta azione, con l’arbitro che alza il braccio, lato azzurro, a sancire il trionfo di un’Italia forte oltre ogni ragionevole previsione. Matura nella gestione dei momenti difficili, efficace nel trovare soluzioni, scaltra nel capitalizzare le chance.

Destavano giustamente preoccupazione le assenze, soprattutto in mediana, ma Alessandro Fusco gioca la sua migliore partita, sommando a fantasia e talento, suo marchio di fabbrica, fosforo e ritmo. Tra tanta eccellenza, giusto spendere due parole per Simone Ferrari, premiato Man of the Match, autore di una prova strepitosa. Se il pacchetto di mischia ha mandato ai matti quello scozzese, molto è merito di un giocatore serio come il pilone milanese: una sentenza. Sessanta minuti di scientifica erosione delle certezze avversarie.

Come ventisei anni prima, quando fu l’esordio assoluto nella più antica manifestazione al mondo, l’Italia apre il suo Sei Nazioni sconfiggendo gli scozzesi, ma la sensazione è che questa vittoria sia, se possibile, ancora più importante per il movimento rugbistico. Inavvicinabili Francia e Inghilterra, soprattutto la prima, ambire a un terzo posto finale potrebbe ora non essere un’eresia. Considerato il rendimento del Galles e, in parte, anche dell’Irlanda – da affrontare però entrambe in trasferta – un pensierino lo si potrebbe fare. Con umiltà. Con lo stesso spirito di ieri: come alle Termopili. Come a Sparta.

Chiosa finale per il popolo del rugby che ieri ha preso d’assalto l’Olimpico nonostante il clima fosse più da divano che da distinti. Stadio pieno e condivisione di tutto ciò che c’è di bello con i tantissimi scozzesi in gita a Roma. Insomma, prerogative del rugby.

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