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“L’Italia agli Italiani!”

Alcuni studenti hanno esposto dalla finestra uno striscione con la scritta “L’Italia agli italiani”. Una semplice frase ha scatenato l’ira della dirigenza scolastica del Liceo “Vincenzo Monti” di Cesena.

In poche ore è scoppiato il caso politico: interventi delle istituzioni, lettere aperte, accuse di razzismo, accertamenti della Digos e sanzioni disciplinari per gli studenti coinvolti. Tra le misure adottate, un 6 in condotta e una tesina di approfondimento prima della maturità. Qualche giorno fa, a Parma, un professore è stato aggredito da alcuni studenti. Un fatto concreto.

Un episodio di violenza contro chi ogni giorno entra in classe per insegnare e trasmettere regole, conoscenza e rispetto. E qui nasce la domanda.

Perché uno striscione diventa immediatamente un caso nazionale, mentre un’aggressione a un insegnante sembra suscitare molta meno attenzione? Si domanda Francesco Lemmi sul suo profilo Fb.

Stiamo chiedendo una cosa molto semplice: vale lo stesso metro per tutti? Perché se la scuola è un presidio di civiltà, allora va difesa sempre. Quando compaiono slogan che qualcuno considera offensivi (e quelli di Cesena non lo sono).
Ma anche quando un docente viene aggredito. Se un episodio viene definito un fallimento educativo, perché non dovrebbe esserlo anche l’altro? Se una scuola reagisce duramente a una scritta, come dovrebbe reagire davanti alla violenza nei confronti degli insegnanti?

Uno strano paese il nostro dei ragazzi che probabilmente si erano stancati si sentire e di vedere di tutto nelle nostre scuole, qualche settimana fa abbiamo visto (grazie a un filmato su Fb) davanti ad una scuola di Torino una insegnante incitare (“Andate via, spingiamoli. “Voi siete dei fascisti via! Qui la scuola è antifascista”) gli studenti dei collettivi di sinistra a cacciare i ragazzi di Gioventù Nazionale che stavano facendo un innocuo volantinaggio. Allora i ragazzi di Cesena hanno pensato di esporre una bella scritta positiva a favore del nostro Paese. Apriti cielo, non sia mai, un manifesto d’orgoglio italico, di chiara e manifesta identità, come ti permetti.

In pratica, questi ragazzi sono stati “trattati come criminali ideologici per aver espresso un’ovvietà che dovrebbe essere la base di qualsiasi nazione normale. Questa è la realtà di oggi: dichiararsi fieri della propria identità e delle proprie radici viene etichettato come un difetto di fabbrica da correggere in laboratorio. Una rieducazione mirata a instillare il senso di colpa per il solo fatto di esistere e di non volersi scusare di essere italiani”.

Nelle Università e nelle scuole dell’obbligo osserviamo una crescente azione propagandistica di insegnanti indegni del ruolo che usano violenza psicologica nei riguardi degli studenti, inducendoli a condividere la squallida ideologia proPal, distante anni luce dalla verità e imbevuta di un fanatismo terroristico del tutto funzionale ad Hamas.

Questi appassionati ammantati di kefiah sono in realtà dei miserabili ignoranti, che usano la bandierina palestinese come fosse l’eroico stendardo dell’eroismo e della resistenza, quando invece rappresenta un popolo che volontariamente ha scelto di sottoporsi all’organizzazione terroristica-militare di Hamas, il cui unico obiettivo statutario è l’eliminazione di Israele e di ogni ebreo vivente. Bisogna denunciare pubblicamente questi miserabili filoterroristi che infestano la scuola italiana, facendo nomi e cognomi, strutture scolastiche e dirigenti.

I morti palestinesi non sono un genocidio prodotto da Israele, la sola e unica responsabilità ricade su Hamas, vero occupante terroristico della Palestina. Se invece esponi la bandiera della Palestina o inviti a parlare a scuola uno come Sulemain Hijazi, braccio destro del terrorista Mohammad Hannoun, come hanno fatto nelle scuole di Modena, allora puoi farlo tranquillamente. E se fai cantare ai piccoli “Free Palestine”, ancora meglio. Molto grave l’episodio delle scuole primarie e dell’Infanzia di Modena.

Una vicenda ricostruita da Il Giornale, che indagato sull’iniziativa organizzata negli spazi del Laboratorio Aperto hanno partecipato alcune classi delle scuole elementari Pascoli, Graziosi, Sant’Agnese, Gramsci e della scuola dell’infanzia Collodi. Come se non bastasse la presenza di Hijazi a creare il caso politico, durante l’incontro una donna indicata come insegnante avrebbe intonato il coro “Free Free Palestine “, ripetuto poi dai bambini presenti.

Di fronte alle polemiche, il sindaco di Modena ha affidato la propria replica a una lettera indirizzata al direttore de Il Giornale, Tommaso Cerno.

Ha spiegato che l’evento era stato promosso da insegnanti del Movimento Cooperazione Educativa nell’ambito di un percorso nato dopo l’invio, da parte di diversi bambini, di lettere e disegni dedicati ai temi della guerra e della pace.

Il primo cittadino ha ricordato di aver partecipato a diversi incontri con gli studenti e raccontato che, durante la sua permanenza, il confronto si sarebbe concentrato soprattutto su temi della vita quotidiana: dai parchi pubblici all’inquinamento, dalle palestre scolastiche alle aree verdi della città. Il sindaco ha inoltre precisato di aver lasciato l’incontro dopo circa un’ora per altri impegni istituzionali. “Durante la mia presenza non è stato mai citato il conflitto fra israeliani e palestinesi né è stato intonato alcun canto di natura politica “.

Mezzetti ha anche sottolineato di non conoscere l’identità dell’interprete che accompagnava Al Dahdouh e di aver appreso solo dagli articoli di stampa del suo coinvolgimento nell’indagine. Quanto ai cori attribuiti ai bambini, il sindaco ha espresso una posizione netta, sostenendo che i minori non dovrebbero essere coinvolti o strumentalizzati su questioni così complesse e che chi avesse eventualmente promosso tali iniziative dovrebbe scusarsi con le famiglie.

Sul caso si è espresso anche il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, secondo cui è “grave” l’eventuale presenza a un incontro scolastico di una persona indagata per terrorismo. Valditara ha spiegato di aver chiesto agli uffici competenti di acquisire gli esiti dell’ispezione avviata, con particolare attenzione ai contenuti e alle modalità dell’incontro. Il ministro ha ribadito che la scuola non può trasformarsi in un luogo di indottrinamento o propaganda politica, assicurando che il ministero vigilerà sulla vicenda.

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