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di Lucia Rotta
ROMA (ITALPRESS) – “Ciò che rende questo momento diverso è che la società ha superato una soglia psicologica. Le persone non si aspettano più riforme o sollievo. Chiedono apertamente la fine dell’intero sistema”. Così Shahin Gobadi, portavoce del movimento di resistenza iraniana all’estero denominato “Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano”, commenta le manifestazioni che stanno inondando le strade delle città del suo Paese fin dal 28 dicembre. Gobadi, che vive a Parigi per sfuggire a un regime che non ammette movimenti di opposizione nel territorio nazionale, osserva in un’intervista all’Italpress che non si tratta di un fenomeno estemporaneo. “Non si tratta di un’esplosione spontanea. È il risultato di anni di pressioni politiche, economiche e sociali accumulate che hanno finalmente raggiunto il punto di rottura. Inflazione, corruzione, disoccupazione e il saccheggio del Paese da parte dell’elite al potere hanno distrutto la vita delle persone. Allo stesso tempo, il regime ha risposto a ogni crisi con esecuzioni, repressione e paura. Ciò che rende questo momento diverso è che la società ha superato una soglia psicologica. Le persone non si aspettano più riforme o sollievo. Chiedono apertamente la fine dell’intero sistema. Quella che è iniziata come protesta economica è diventata una rivolta politica volta a rovesciare il sistema”, precisa il portavoce del movimento d’opposizione. Ciò che sostiene ed espande questa rivolta, che ora si è estesa a più di 190 città, è proprio il lavoro delle Unità di Resistenza dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano o Mujahedin-e Khalq (MEK).
“Queste reti operano da anni in modo metodico, silenzioso e prudente sotto la superficie della società, reclutando, organizzando e coordinando azioni di resistenza. Forniscono la spina dorsale organizzativa che consente alle proteste di riemergere dopo le repressioni, di diffondersi da una città all’altra e di passare dalla protesta simbolica al confronto reale con il regime”, spiega Gobadi. Nonostante la chiusura di Internet e la censura, anche le informazioni continuano a circolare attraverso reti sotterranee all’interno del Paese. “Video, cifre delle vittime, luoghi degli scontri e arresti. È così che conosciamo la portata, la diffusione geografica e l’intensità della rivolta. Ad esempio, sabato sera 10 gennaio 2026, il 14esimo giorno della rivolta nazionale, le città di tutto l’Iran hanno assistito a rivolte e scontri diffusi tra il popolo e le forze repressive del regime. Sabato sera, oltre a Teheran, molte città – tra cui Kermanshah, Gilan-e Gharb, Rasht, Isfahan, Qorveh, Mashhad, Shiraz, Kazerun, Tabriz, Urmia, Qom, Qazvin, Sanandaj, Izeh, Dareh-Derij, Hamedan, Ahvaz, Karaj, Gonbad-e Kavus, Quchan, Kerman e Saqqez – sono state teatro di scontri tra la popolazione, in particolare i giovani, e le forze repressive del regime”, racconta Gobadi.
“Il regime stesso conferma questa realtà con il suo comportamento: blocca internet, schiera droni, inonda le città di forze di sicurezza e ammette pubblicamente che dei civili sono stati uccisi, mentre a migliaia sono stati arrestati. Queste non sono le azioni di un governo che si sente sicuro”, osserva il portavoce della resistenza. La domanda successiva è su come potrà finire questa nuova rivolta, dalle proporzioni inaspettate forse per il regime stesso. “Il regime sta cercando di forzare un ritorno alla paura attraverso una repressione brutale, con sparatorie, arresti di massa, torture ed esecuzioni. Ma qualcosa di fondamentale è cambiato: la paura non funziona più come un tempo. Le proteste sono organizzate, resilienti e si stanno diffondendo. Si stanno unendo sempre più gruppi sociali, dai giovani ai lavoratori fino ai commercianti dei bazar. Il regime sta reagendo in troppe città contemporaneamente. Quando un sistema può governare solo uccidendo il proprio popolo, è già in una crisi terminale. La prospettiva di un cambiamento è più rosea che mai”, commenta ancora il portavoce del movimento di resistenza iraniana.
Sull’ipotesi di un intervento americano, Gobadi risponde richiamando le parole della leader del movimento a cui appartiene, la presidente eletta del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI), Maryam Rajavi: “Sebbene il regime al potere in Iran sia stato gravemente indebolito e abbia subito duri colpi, il suo rovesciamento non verrà dall’esterno dell’Iran, né sarà operato dalla volontà di capitali stranieri. Il destino dell’Iran è nelle mani dei suoi cittadini. Un cambiamento duraturo richiede più del dissenso; richiede un movimento organizzato e di base sufficientemente resiliente da sfidare la macchina di una formidabile dittatura. Questo movimento di resistenza esiste già sul campo”.
Questo non significa, ha infine precisato Gobadi, che il mondo debba restare in disparte. “Gli Stati Uniti e l’Unione europea devono imporre costi reali alla macchina della repressione, sostenere la libertà di internet e delle comunicazioni, perseguire la responsabilità internazionale per i crimini contro l’umanità e, soprattutto, esprimere inequivocabilmente il proprio sostegno al diritto del popolo iraniano a rovesciare questo regime”. Riconoscere questo diritto, pubblicamente e politicamente, è secondo il portavoce del movimento “di grande importanza” poiché “indebolisce la pretesa di legittimità del regime e rafforza il morale di coloro che rischiano la vita in Iran”. Un ultimo appello di Gobadi sottolinea infine che “il popolo iraniano non ha bisogno di soldati stranieri, ma ha bisogno che il mondo imponga sanzioni ai suoi oppressori, chiuda le ambasciate e gli altri centri del regime nel loro Paese. E si schieri in modo chiaro dalla parte della lotta del popolo iraniano per la libertà e una repubblica democratica”.
– foto Shahin Gobadi –
(ITALPRESS).
















