In difesa del calcio romantico: una lezione dalla Germania- di Teo Parini

Per rendere l'idea dell'ontologica differenza tra il loro mondo e il nostro, in Germania vige ancora la regola del "50+1" che, in parole povere, significa che la maggioranza delle quote di un club debba rimanere nelle mani dei soci, quindi i tifosi, non di un unico soggetto

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La domanda sorge spontanea. Chissà cosa avrebbero combinato le tifoserie tedesche se la situazione fosse stata quella barzelletta che è lo spezzatino italiano. Visto che per molto di meno in Germania hanno messo realmente a ferro e fuoco il mondo di un calcio sempre più intrattenimento e sempre meno sport. C’è, dunque, chi dice di no e, come vedremo, che vince la partita. Una volta era il soccer, disciplina popolare semmai ne esistesse una perché giocata dal popolo ad ogni angolo delle strade. Un lembo di terra spelacchiato, il cuoio di un pallone mezzo scucito, due maglioni a segnare i limiti di una porta dalla traversa virtuale. Spaccati polverosi di società entro i quali, del calcio, si apprendeva la tecnica di base, quella che adesso rischia di mancare anche sotto alle telecamere, oltre a qualche utile insegnamento di sport, quindi vita. Un bacino inesausto, quello di allora, di papabili campioni del domani. Infatti, il calcio italiano, in un mondo senza Euro e con decisamente meno globalizzazione capitalistica alle calcagna, fu faro nel mondo. Finito, tutto a puttane. Al prezzo che basta una Macedonia qualunque – detto con rispetto parlando – per farci osservare il Mondiale dal divano.

Ma con le frontiere liquide e i confini un vecchio ricordo di mappe ormai ingiallite, non è che la situazione intorno a noi sia tutta rosa e fiori. Con la differenza che, come successo proprio in Germania, ad un certo momento i tifosi, del gioco e non della moda collaterale, si sono rotti il cazzo di veder fare carne di porco dai signori del profitto di un tassello di essenza popolare. Germania, dunque. La DFL, l’equivalente della nostra Lega che rappresenta le compagini della Bundesliga e della seconda serie, si apprestava a consentire l’ingresso di un fondo di investimenti che, versando la modica cifra di un miliardo di euro, avrebbe messo i tentacoli per i prossimi vent’anni sulla gestione televisiva, i famigerati diritti, e sulle sponsorizzazioni annesse. Cash, immediato e, sostanzioso, in un ecosistema sociale dove tutto è in vendita, passioni incluse. In soldoni, è proprio il caso di dirlo, con meccanismi siffatti le varie leghe cedono una fetta dei propri ricavi futuri in cambio di danaro anticipato. Liquidità facile e polvere sotto al tappeto. I burattinai del soccer teutonico, però, non avevano fatto i conti con l’oste, quindi i tifosi. Che, apprese le intenzioni e con la prospettiva di ripercorrere le sciagurate strade dello spezzatino televisivo già sperimentate altrove, oltre all’ovvia subordinazione ad un fondo libero di fare e disfare a piacimento, si sono messi di traverso.

Così, da dicembre in qua, hanno scatenato tutta la fantasia di questo mondo per inscenare una protesta sacrosanta e pacifica. Non una pagliacciata: le partite, infatti, spesso sono incominciate e poi fermate dal nein del popolo del calcio. Lancio di monete di cioccolata, maiali di plastica, macchine telecomandate che rilasciano scie di fumogeni, porte lucchettate con biciclette legate ai pali, pioggia di aeroplanini dagli spalti, striscioni di scherno, invasioni di campo. Insomma, un no autoritario al calcio dei ricchi e alla brama di danaro della DFL. Vivaddio, a qualcuno la svendita della patria, in tutte le sue caleidoscopiche espressioni, continua a non piacere. Purtroppo succede in Germania e non qui, ma tant’è. Così, l’establishment pallonaro si è visto costretto a rispedire al mittente le avance del private equity britannico CVC Capital Partners. Quello che ha già avuto modo di arraffare il Sei Nazioni di rugby e il circuito WTA (le donne) del tennis. Riassumendo, il calcio tedesco, forte dei voleri della lega e della maggioranza dei due terzi dei club, ha prima accettato di dare il fianco all’invasione dei fondi, sulla scia di Inghilterra e Francia, salvo poi vedersi costretti alla precipitosa retromarcia.

La posta in palio era, anzi è, alta, si chiama tradizione.
Per rendere l’idea dell’ontologica differenza tra il loro mondo e il nostro, in Germania vige ancora la regola del “50+1” che, in parole povere, significa che la maggioranza delle quote di un club debba rimanere nelle mani dei soci, quindi i tifosi, e non di un unico soggetto, magari straniero. Tipicamente, un fondo che mandi a puttane anni di storia e viscerale passione. Perché, dicono i tifosi, va bene la voglia di alzare i ricavi che agita i sonni dei club, fino ad un certo punto, ma senza che si mandi in vacca l’idea di un soccer depositario di cultura popolare e, per quanto possibile, ancorato a valori sociali. Come lo è stato. Allo scopo è nata la cosiddetta “Unsere Kurve”, una sorta di sindacato di tifosi trasversale ai vari club capace di raccogliere e veicolare il malcontento e trasformarlo in una protesta unisona, quindi efficace. È proprio vero che l’unione fa sempre la forza e, pertanto, nello spirito del no allo snaturamento, no alla frantumazione del calendario, no alle partite giocate in qualche emirato dentro stadi irraggiungibili e deserti e no al prezzo proibitivo dei biglietti, i tifosi tedeschi hanno urlato sì: al calcio di tutti.

È comunque una goccia in un oceano, vero. Ma è carica di un eccezionale valore simbolico e, soprattutto, foriera di un messaggio che può assurgere al ruolo di punto di svolta per chi avrà la forza di reagire: non tutto di questa vita può essere prezzato. L’anima di un popolo, per esempio. E, considerato il momento storico nefasto a fargli un complimento, non è certo il caso di fare gli schizzinosi. È una buona notizia e la speranza è che faccia proseliti. Perché no, anche qui da noi.

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