C’era un uomo davanti a un plotone d’esecuzione che, con un sorriso e una cornetta in mano, ci ricordava che “una telefonata allunga la vita”. Era la pubblicità della SIP, un piccolo capolavoro di narrazione che trasformava lo spot in un appuntamento atteso, quasi come un gol della squadra del cuore. Erano i tempi in cui la TV non era solo un media, ma un filtro di qualità: se finivi in uno spot, diventavi un divo. C’era il talento, c’era l’idea, c’era il rispetto per il pubblico.
Oggi, quella vita che la telefonata doveva allungare sembra consumarsi tragicamente dietro lo schermo di uno smartphone. Il cellulare ci occupa l’esistenza, ce la complica e, troppo spesso, ce la fa perdere sulla strada. Siamo passati dal batticuore del telefono fisso nel corridoio — con il timore che i genitori origliassero e l’ansia dei costi in bolletta — alla freddezza delle videochiamate in cameretta. Abbiamo scambiato l’attesa, che è la forma più pura del desiderio, con l’abbuffata digitale.
La cosa più brutta di oggi? Il pubblico sceglie senza filtri. Ma la storia ci insegna che, lasciata a se stessa e priva di guida culturale, la piazza può scegliere Barabba. Dare tutto in pasto alle piazze virtuali non è democrazia, è spesso rinuncia all’evoluzione. La classe non è per tutti, e l’umiltà di imparare un mestiere è stata sostituita dalla scorciatoia della polemica e dell’offesa gratuita.
Pippo Baudo lo aveva previsto: non bisogna togliere il sogno alle persone, ma bisogna spiegare che il sogno va coltivato con la pratica, l’impegno e il talento. Non con un post virale nato dal nulla.
Forse è ora che la TV torni a fare la TV e la pubblicità torni a essere arte e non un “pesante polpettone” che interrompe il visto.
Abbiamo bisogno di tornare a elevare il pubblico, non di assecondarne i bassi istinti. Abbiamo bisogno di ritrovare la realtà, quella che una volta ci presentava il conto a fine mese, ma che almeno ci faceva sentire vivi.
W la buona pubblicità, quella che ci faceva sognare tra uno scatto e l’altro.


















