Umberto Bossi è morto oggi, 19 marzo nella sua casa di Gemonio.
Il fondatore della Lega Nord aveva 84 anni e da tempo si era ritirato dalla scena pubblica a causa del peggioramento delle sue condizioni di salute. Dalla provincia lombarda alla ribalta della politica nazionale, Umberto Bossi è stato uno dei personaggi più carismatici e divisivi della Seconda Repubblica. Fondatore della Lega Lombarda e poi della Lega Nord, ha incarnato il malcontento verso lo Stato centrale, coniando slogan, gesti e simboli entrati nella storia politica dell’Italia. La sua figura è indissolubilmente legata all’idea della Padania, alla lotta per il federalismo e a un linguaggio schietto, spesso provocatorio, che ha cambiato i codici della comunicazione politica.
Gli albori in provincia
Nato a Cassano Magnago nel 1941, Bossi arriva alla politica da outsider. Dopo aver abbandonato gli studi di medicina e tentato una carriera nella musica, inizia a muoversi nella galassia dell’autonomismo lombardo. È nel 1984 che fonda la Lega Autonomista Lombarda, trasformata cinque anni dopo nella Lega Lombarda, con una base solida nella provincia di Varese. «Il Nord produce, il Sud consuma», diceva nei comizi della prima ora, parlando a un elettorato di piccoli imprenditori e artigiani che si sentivano abbandonati da Roma.
L’indipendenza della Padania
Entra in Senato nel 1987, guadagnandosi per sempre l’appellativo di Senatùr. Nel 1991 crea la Lega Nord, che unifica le sigle regionali sotto un’unica bandiera e un unico progetto: quello della Padania, entità culturale, geografica e quasi mistica, di cui Bossi si proclama difensore. Il sogno padano culmina nel 1996, quando organizza a Venezia la simbolica proclamazione dell’indipendenza. «Padroni a casa nostra» e «Roma ladrona, la Lega non perdona» diventano grida di battaglia.
Miglio e Maroni
Accanto a lui, negli anni della crescita esponenziale, ci sono figure come Roberto Maroni, suo braccio destro, e soprattutto il giurista Gianfranco Miglio. Con il teorico del federalismo all’italiana, Bossi costruisce l’impalcatura ideologica della Lega, immaginando un’Italia divisa in tre macroregioni autonome. Ma il rapporto tra i due si incrina presto: Miglio abbandona il partito, deluso dalle scelte più populiste del leader. «Miglio pensava e basta. Io combatto», dirà Bossi con uno dei suoi tipici fendenti.
Al governo con Berlusconi
Il grande salto arriva nel 1994, quando la Lega si allea con Silvio Berlusconi e partecipa al primo governo di centrodestra. Ma l’intesa dura poco: Bossi accusa il Cavaliere di essere «un piazzista di promesse» e fa cadere il governo. Il rapporto tra i due sarà segnato da diffidenze e riavvicinamenti, fino alla nuova alleanza del 2001 e poi del 2008. In quegli anni, Bossi è ministro per le Riforme, con il compito di portare avanti l’agognato federalismo. Un sogno che si infrange prima con l’ictus cerebrale del 2004, da cui non si ristabilì più completamente, e poi con le inchieste che lo costringono a dimettersi da segretario nel 2012. Al suo posto arriva Roberto Maroni e poi Matteo Salvini. Bossi rimane nel partito come presidente federale a vita, figura simbolica di un passato glorioso ma ormai distante da un partito che nel tempo si è trasformato da movimento del Nord a forza sovranista nazionale. Salvini, in provincia di Varese per un comizio, gli fece visita a casa sua a settembre 2024. Un incontro privato che venne ribattezzato come la “Pace di Gemonio” dopo mesi di tensioni e incomprensioni.
I riti e le frasi
Con i suoi riti, la canottiera, le camicie a quadri e le sue felpe verdi, il dialetto ostentato e la retorica del «noi contro loro», Bossi ha cambiato per sempre il linguaggio e la geografia della politica italiana. Soprattutto ha lasciato un’impronta che va ben oltre i confini del suo elettorato. Amato dal suo popolo e odiato da chi non lo ha compreso, ha saputo interpretare una stagione di ribellione e trasformarla in una delle pagine più controverse e incisive della storia repubblicana.
Contenuto tratto dal sito partner Malpensa 24 Gruppo Iseni Editori


















