Australian Open: ma dove può arrivare Jannik Sinner? Di Teo Parini

Dodici set giocati, dodici set vinti senza dover fare gli straordinari. Che significa aver risparmiato energie fisiche e mentali preziose

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Per quanto visto sul finire del 2023 e alla compilazione del tabellone degli Australian Open che lo ha collocato nella parte alta, quella presidiata da Djokovic, l’obiettivo minimo per non considerare una sorpresa in negativo la campagna australe di Jannik Sinner era da considerare la semifinale, appunto, contro il serbo che difficilmente la potrebbe mancare. Ogni altra eventualità sarebbe stata da cogliere, già in sede di pronostico e con le bocce ancora ferme, come un brusco passo indietro nel processo di crescita dell’azzurro, forte della testa di serie numero quattro e, pertanto, obbligato al traguardo anche dal computer, il cui compito è proprio quello di far di conto. Ci siamo quasi.

Oggi, a Melbourne Park inizia la seconda settimana di torneo che va ad allineare il tabellone dei sopravvissuti ai quarti di finale, i migliori otto. Sinner, nell’attesa che gli altri due califfi del seeding, Alcaraz e Medvedev, facciano il loro dovere di favoriti e con Djokovic già in carrozza, risolvendo la pratica Kachanov ha messo anch’esso la bandierina al posto giusto. L’ultimo scoglio obbligatorio prima dell’esame di laurea in lingua slava, sarà un altro russo, Rublev, uno che gli somiglia ma che fa tutto un pelo meno bene di lui e allora, giornate nefaste a parte che nel corso di uno Slam lungo e faticoso sono sempre dietro l’angolo, non si vede come ci possa perdere. Del resto nei primi quattro match disputati fin qui, Sinner ha dato dimostrazione di forza e maturità.

Dodici set giocati, dodici set vinti senza dover fare gli straordinari. Che significa aver risparmiato energie fisiche e mentali preziose per quando gli avversari saranno più competitivi di quelli già affrontati e che, Kachanov a parte, non è che fossero proprio fenomenali per uno come lui.

Due parole le meritano proprio il match con il lungagnone russo, chiuso ieri in tre set ma non senza qualche grattacapo. Intanto, c’è da dire che Kachanov è una brutta gatta pelare che sulla lunga distanza si dimostra sempre attrezzato per la battaglia. Il grande merito di Jannik, all’uopo, è stato proprio quello di stringere i denti nei momenti di difficoltà affinché la partita in controllo non scivolasse sul piano della rissa da strada nella quale Karen è in grado di menare come un fabbro. Invece, l’italiano è stato formidabile, e un pochino fortunato, nell’alzare esponenzialmente il livello del suo tennis nei punti che avrebbero potuto trasformare l’assolo in bagarre, impedendo così all’avversario di darsi realmente una chance. Non era proprio scontato, non fosse altro per i precedenti. Due vittorie a uno per Sinner ma tre incontri serrati, chiusi sempre sul filo di lana e infarciti di tie-break, a testimonianza dell’equilibrio. Ma è anche vero che, dall’ultima volta, Jannik ha cambiato decisamente marcia mentre il russo il suo acme lo aveva già raggiunto allora. Ecco spiegato il tre set a zero di ieri, questione di cilindrata.

Se, come detto, Rublev, bravo ma instabile, non dovrebbe essere un grande problema anche in considerazione della fatica fatta dal moscovita per estromettere De Minaur, uno che per incrocio di caratteristiche Sinner asfalterebbe giocando bendato. Ma la storia di questo sport insegna che a sottovalutare l’avversario sono più le volte che si finisce per farsi male, tuttavia, conoscendo Sinner e la sua maniacale voglia di arrivare, ci sentiamo di escludere quest’ultima eventualità e, in fondo, già pregustiamo l’assalto al fortino inespugnabile del giocatore più forte di ogni epoca e galassia con la speranza veder assestato un letale colpo alla torre. Djokovic, fin qui, ha fatto il Djokovic. Quindi, utilizzando i primi match alla stregua di allenamenti agonistici, incazzandosi col mondo circostante tanto per non perdere l’abitudine di imporre la propria personalità, piacevole come una cartella esattoriale, sugli eventi e, infine, provando in pochi e selezionati frangenti le marce alte. Come quando al povero Mannarino, geniale pure nella disgrazia, ha concesso il primo game solo dopo aver vinto tutti i primi tredici in fila. Insomma, fa paura ma non certo da oggi.

Nella parte bassa del tabellone le cose sono andate in maniera leggermente diversa. Perché Alcaraz non sempre ha ricordato di essere il giocatore più talentuoso del circuito e, potenzialmente, uno epocale, mentre Medvedev, la cui mente spesso si presta a strani viaggi, a momenti ci lascia le penne anzitempo, prima di rimettersi in carreggiata e tornare cavallo da corsa. Morale della favola, salvo cataclismi, ci si appresta a vivere le due semifinali che tutti si auspicavano, quelle che vedrebbero per protagonisti i quattro giocatori più competitivi per distacco siderale sulla concorrenza che, per la verità, è nella migliore delle ipotesi rivedibile. Nel caso, quello che si direbbe un inizio di stagione col botto. Per chiudere, sempre restando in casa nostra, un applsuso gigante dev’essere riservato alla splendida Jasmine Paolini che, per la prima volta in carriera, si è issata agli ottavi di finali in un torneo del grande Slam. Che dire, brava.

Non aggiungiamo altro, un po’ di scaramanzia non guasta mai.

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