Si era appena seduto su una panchina del Terminal 1, di ritorno da un volo. Ai passanti poteva sembrare che stesse semplicemente riposando, ma quell’apparente sonno nascondeva un’emergenza drammatica. L’uomo, un settantenne, era in arresto cardiaco.
A fare la differenza tra la vita e la morte è stato l’occhio clinico e tempestivo di una donna che, di passaggio nello scalo, ha notato la respirazione anomala e ha capito subito cosa stava succedendo. Senza perdere un solo istante, ha verificato l’assenza di coscienza e ha composto il 112.
Con straordinaria lucidità, la donna ha iniziato subito le manovre di rianimazione cardiopolmonare, facendosi poi portare uno dei defibrillatori automatici esterni (DAE) posizionati lungo i corridoi dell’aeroporto. Per riattivare il battito cardiaco sono state necessarie ben cinque scariche dell’apparecchio. Quando i mezzi di soccorso sono arrivati sul posto, l’uomo aveva già ripreso conoscenza.
L’eroina di questa storia, tuttavia, ha preferito rimanere nell’ombra: subito dopo l’arrivo dei sanitari, l’anonima soccorritrice si è allontanata senza lasciare traccia.
L’équipe medica ha successivamente stabilizzato il paziente, trasferendolo d’urgenza all’ospedale di Busto Arsizio.
Una storia a lieto fine che sottolinea ancora una volta l’importanza fondamentale della catena dei soccorsi: la rapidità dell’intervento e la presenza capillare dei DAE nello scalo lombardo hanno evitato il peggio. Una tragedia sfiorata che contrasta drammaticamente con quanto accaduto solo pochi giorni fa, sempre all’interno dello scalo di Malpensa, dove un autista NCC di 49 anni ha perso la vita in seguito a un malore improvviso.













