Era il 1992. La mia scuola è stata la prima a fare una cosa rivoluzionaria: uno scambio culturale con la Danimarca. Due settimane noi nel paese scandinavo, due settimane loro qui da noi. L’Europa non era lontana, cantava il trionfante Toto Cutugno a Zagabria con Insieme: 1992, e noi ci credevamo davvero.
Io ci credevo, la mia professoressa di simpatia — quella che mi portava sempre allegria e stima — un po’ meno. Si lamentava che un portalettere prendesse come lei.
Aveva ragione. Aveva solo sbagliato mestiere. Avrebbe dovuto fare la professoressa in Danimarca.
Oggi i dati dicono che un docente italiano con 15 anni di esperienza prende circa 47.026 euro lordi, mentre un collega danese ne prende 62.223 nella primaria e 64.037 nella secondaria inferiore. Altri calcoli dicono 51 mila contro i nostri 33 mila: praticamente il doppio.
E la ciliegina: in Italia ci vogliono 34 anni per arrivare al massimo dello stipendio. In Danimarca ce ne vogliono 10. Loro in 10 anni fanno carriera, noi in 34 facciamo il purgatorio.
Forse i nostri integravano con le ripetizioni. Forse la situazione non è migliorata. Forse è peggiorata. Di certo qualcuno ci ha messo le mani.
CHI HA FATTO LE RIFORME? LA SQUADRA DEI CAMPIONI.
Prima le lauree brevi non c’erano e il diploma pesava e valeva. Poi è arrivata la parata:
1. Luigi Berlinguer (1997-2000): l’autonomia scolastica, la riforma dei cicli. L’idea che la scuola dovesse gestirsi da sola. Come dare a una barca che affonda l’autonomia di scegliere dove affondare.
2. Letizia Moratti (2003 – Legge 53/2003): la riforma Moratti che ha sostituito Berlinguer. Tre I come Inglese, Informatica, Impresa. Peccato che mancasse la quarta I: Intonaco che non cade.
3. Mariastella Gelmini (2008-2011): la cosiddetta riforma Gelmini durante il quarto governo Berlusconi. Tagli, accorpamenti, maestrone unico, classi pollaio. Risparmio epocale. Peccato che il risparmio non abbia comprato l’agibilità.
4. Stefania Giannini / Matteo Renzi (2015 – La Buona Scuola, Legge 107/2015): la “buona scuola”. 100mila assunti, chiamata diretta, alternanza scuola-lavoro. Buona nelle intenzioni, ottima per creare 5 anni di ricorsi al TAR.
5. E poi il resto della compagnia: Fioroni che corregge Moratti, Profumo, Carrozza, Fedeli, Bussetti, Azzolina, Bianchi, Valditara. Ognuno con una circolare, un acronimo nuovo, un INVALSI in più. Come diceva Alessandro Banda: dal 1997 ad oggi ben cinque riforme vere, tutte con forti polemiche, tutte capaci di infrangersi sull’impianto gentiliano e rendere la scuola più confusa e precaria.
Hanno riformato tutto, tranne i tre problemi.
I tre problemi immortali sono rimasti:
1. Stipendio basso. Vedi sopra. Siamo al 31esimo posto in Europa. Sotto di noi solo chi sta peggio di noi, e non è un vanto.
2. Strutture fatiscenti. La maggior parte dei 40.293 edifici è vecchia, fatiscente, il 57,9% è privo di agibilità e il 54,92% di prevenzione incendi. Altri rapporti: il 59% non ha né agibilità né antincendio, età media 60 anni, tra settembre 2025 e agosto 2026 ben 68 crolli, 14mila scuole a rischio amianto. L’87% è sotto la classe energetica C. Ma vuoi mettere quanto è green fare lezione con il cappotto?
3. Programmi mai finiti e preparazione calante. La dispersione implicita — chi arriva al diploma senza competenze di base — era 7,5% nel 2019, 9,8% nel 2021. I dati più recenti ci dicono che il 40% non si sente pronto e il 52% dice che la scuola non lo prepara al futuro. Siamo sotto la media OCSE, e non è colpa dei ragazzi.
E qui arriviamo alla grande ipocrisia nazionale, quella che andrebbe appesa fuori da ogni presidenza.
Il paese è diviso in due tifoserie perfette:
Tifoseria A: “Non li vogliamo gli stranieri! A casa! Devono imparare l’italiano!”
Tifoseria B: “Gli italiani non sanno l’italiano, non fanno figli, chi farà i lavori umili se non gli stranieri? Accogliamoli!”
È di un’ironia celestiale. Nessuno li vuole come compagni di banco per fare lo scambio culturale con la Danimarca. Tutti li vogliono come badanti a 3 euro l’ora, come braccianti sotto il sole, come rider sotto la pioggia.
Li vogliamo invisibili ma indispensabili. Li vogliamo fuori dalle nostre scuole ma dentro le nostre cucine. Li respingiamo alla frontiera e poi li cerchiamo disperatamente per raccogliere i pomodori che altrimenti marcirebbero.
Non voglio fare altri commenti per non avere problemi.
Dico solo che forse alla scuola diamo troppa pressione su tutto, tranne che su una cosa giusta: l’attenzione.
L’attenzione a chi insegna, a dove si insegna, a chi impara.
In attesa che arrivino i robot a insegnare. Loro possono fare tutto, non chiedono aumenti, non hanno bisogno del certificato antincendio e soprattutto non fanno domande scomode su chi ha fatto le riforme.












