Il Signore degli Anelli non è soltanto uno dei più grandi capolavori della letteratura fantastica del Novecento. È un’opera profondamente segnata dalla fede cattolica di J.R.R. Tolkien, nella quale il tema religioso non compare attraverso un’allegoria semplice e immediata, ma attraversa la stessa concezione dell’uomo, della libertà, del bene e del male.
Lo scrittore stesso definì il romanzo «fondamentalmente religioso e cattolico». Lo fece in una celebre lettera del 1953 indirizzata a padre Robert Murray. Una convinzione che non può essere separata dalla sua vicenda personale e familiare. La madre Mabel, convertitasi al cattolicesimo, affrontò per la propria fede l’ostilità della famiglia, arrivando a pagare quella scelta con l’emarginazione e con difficoltà economiche. Quella esperienza segnò profondamente il futuro scrittore e contribuì a formare la sua idea della fede come fedeltà, rinuncia e sacrificio.
Ed è proprio la fedeltà uno dei valori fondamentali della Terra di Mezzo.
La vera forza è saper rinunciare
Al centro della storia c’è l’Anello, simbolo del potere assoluto. La sua tentazione è potentissima proprio perché non si presenta necessariamente come desiderio di fare il male. L’Anello promette una forza immensa, che potrebbe persino essere utilizzata, almeno nelle intenzioni iniziali, per combattere il male.
Ma Tolkien mostra come questa sia una delle più pericolose illusioni.
Il potere assoluto finisce per corrompere anche chi crede di poterlo utilizzare per uno scopo giusto. Per questo la vera grandezza dei protagonisti non consiste nella conquista del potere, ma nella capacità di rinunciarvi.
Bilbo riesce a separarsi dall’Anello. Frodo rinuncia alla tranquillità della propria vita nella Contea e accetta di affrontare una missione che potrebbe costargli la vita. Gandalf rifiuta l’Anello quando gli viene offerto. Galadriel affronta una delle tentazioni più alte e terribili e sceglie di non diventare la nuova padrona dell’Anello.
È una dinamica che richiama la tentazione di Cristo nel deserto: la possibilità di ottenere potere, dominio e gloria viene respinta in nome di qualcosa di più grande.
Anche Frodo, però, dimostra quanto sia fragile la volontà umana. Il suo viaggio verso Mordor è progressivamente una lotta contro il peso dell’Anello e contro la sua capacità di trasformare chi lo porta.
Nessuno è perduto in partenza
Un altro elemento centrale è la possibilità della salvezza.
Nel mondo di Tolkien nessuno sembra essere definitivamente perduto. Persino Gollum, la creatura ormai deformata dall’Anello, conserva una storia precedente alla propria caduta. Era Sméagol, una creatura simile agli hobbit, prima che il possesso dell’Anello lo consumasse lentamente.
Anche Sauron, nella mitologia di Tolkien, non nasce semplicemente come incarnazione del male: è un essere originariamente dotato di grandi capacità e di una straordinaria saggezza, che viene progressivamente corrotto.
Il male, quindi, non è soltanto qualcosa di esterno all’uomo. È anche una possibilità della libertà.
Persino i protagonisti positivi sono esposti alla tentazione. Frodo, Aragorn e Gandalf devono confrontarsi con la possibilità di utilizzare il potere dell’Anello. Boromir cede a quella tentazione. La grandezza morale dei personaggi non sta dunque nell’essere immuni dal male, ma nel combatterlo dentro se stessi.
Il male corrode dall’interno
Gollum rappresenta forse l’esempio più drammatico di questa corruzione.
Man mano che l’Anello entra nella vita di chi lo possiede, il suo peso diventa sempre maggiore. Gollum ne è la dimostrazione estrema: il contatto prolungato con l’oggetto del potere lo trasforma nel corpo e nello spirito.
Ma anche Frodo, arrivato alla fine della propria missione, non è immune.
Quando raggiunge il Monte Fato, la sua volontà viene meno e l’Anello prevale su di lui. Questo passaggio è fondamentale perché dimostra che Tolkien non costruisce un’epica semplicistica nella quale il bene trionfa semplicemente perché i buoni sono più forti.
Al contrario: l’uomo è fragile.
Il male può sedurre, può corrodere e può arrivare a piegare anche chi ha combattuto contro di esso per tutta la vita.
La misericordia può cambiare la storia
Ed è qui che assume un’importanza straordinaria il tema della misericordia.
Bilbo avrebbe potuto uccidere Gollum, ma sceglie di risparmiarlo. Frodo comprende la stessa logica e decide di non eliminarlo.
Apparentemente quella scelta non produce alcun risultato positivo immediato. Anzi, Gollum continuerà a perseguitarli e a tradirli.
Eppure sarà proprio lui, alla fine, a determinare involontariamente la distruzione dell’Anello.
È una delle intuizioni più profonde di Tolkien: l’uomo non può conoscere completamente le conseguenze delle proprie azioni. Una scelta che sembra debole o inutile può diventare decisiva all’interno di un disegno molto più grande.
Qui emerge l’eco di San Paolo e dell’idea che tutto possa concorrere al bene per chi ama Dio.
La storia della Terra di Mezzo è piena di avvenimenti apparentemente negativi che finiscono per rendere possibile il compimento della missione.
Cadute, sacrificio e redenzione
La stessa struttura narrativa del romanzo è costruita intorno alla caduta e alla possibilità del riscatto.
Gandalf precipita nelle profondità di Moria e sembra perduto. Ma ritorna come Gandalf il Bianco, trasformato, più saggio e più potente.
Boromir cede alla tentazione dell’Anello, ma riconosce il proprio errore e trova il riscatto nel sacrificio con cui difende Merry e Pipino.
Frodo porta il peso dell’Anello fino ai confini estremi delle proprie forze. Non è un eroe invulnerabile: è un personaggio fragile che continua ad andare avanti nonostante la propria fragilità.
L’eroismo di Tolkien non consiste quindi nell’assenza di paura o di debolezza. Consiste nel continuare a fare ciò che è giusto anche quando si è consapevoli della propria debolezza.
Il sacrificio diventa così una delle chiavi per comprendere l’intero romanzo.
«Che cosa possiamo fare del tempo che ci è dato»
Uno dei passaggi più celebri del romanzo è il dialogo tra Frodo e Gandalf.
Frodo vorrebbe non trovarsi proprio in quell’epoca terribile, nella quale Sauron è tornato e la guerra minaccia la Terra di Mezzo. Gandalf gli ricorda però che nessuno può scegliere il tempo nel quale vivere. Ciò che possiamo scegliere è come disporre del tempo che ci è stato dato.
È probabilmente uno dei messaggi più attuali dell’intera opera.
Non scegliamo le circostanze storiche nelle quali ci troviamo. Non scegliamo le crisi, le guerre, le difficoltà economiche, le trasformazioni sociali o tecnologiche che caratterizzano la nostra epoca.
Possiamo però scegliere come rispondere.
È un principio molto vicino alla parabola evangelica dei talenti: ciascuno è chiamato a rendere conto di ciò che gli è stato affidato, non di ciò che avrebbe desiderato ricevere.
Non conta soltanto la sorte che ci viene consegnata in eredità. Conta ciò che decidiamo di farne.
La responsabilità non consiste dunque nel rimpiangere un’epoca diversa, ma nel vivere pienamente quella nella quale siamo stati chiamati.
Da Gandalf a Papa Leone XIV
È proprio questa idea di responsabilità, più che di controllo assoluto sugli eventi, a rendere particolarmente attuale Tolkien.
L’articolo di La Verità parte dal richiamo a Gandalf contenuto nella prima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas. Il riferimento è alla consapevolezza che non spetta agli uomini dominare tutte le vicende del mondo, ma fare ciò che è possibile per la salvezza e il bene degli anni nei quali sono chiamati a vivere.
Il significato è importante: la speranza cristiana non è passività.
Non significa attendere che qualcun altro risolva i problemi. Significa agire responsabilmente su ciò che è nelle nostre possibilità, pur sapendo che non possiamo controllare ogni cosa.
È esattamente ciò che fanno Frodo e Sam. Continuano a camminare verso Mordor senza sapere quale sarà il loro destino, senza avere garanzie di successo e senza poter prevedere tutti i pericoli che incontreranno.
La loro forza sta nella fedeltà alla missione.
La speranza quando tutto sembra perduto
La speranza di Tolkien non è mai una speranza facile.
Frodo e Sam entrano a Mordor senza avere alcuna certezza di riuscire. Non sanno se sopravviveranno, non sanno se l’Anello verrà distrutto e non hanno la possibilità di controllare gli eventi.
Continuano comunque a camminare.
Questa è forse la forma più autentica della speranza cristiana: non la certezza che tutto andrà secondo i nostri desideri, ma la convinzione che valga comunque la pena compiere il bene.
Il male può sembrare invincibile, ma non è onnipotente. La vittoria può arrivare attraverso strade imprevedibili. E persino chi appare insignificante può diventare decisivo.
Gli hobbit, piccoli e lontani dai grandi centri del potere, sono infatti coloro che finiscono per cambiare il destino della Terra di Mezzo.
Tolkien e le nuove generazioni
È anche per questo che Tolkien continua a essere letto e amato da generazioni lontanissime da quella nella quale scrisse.
In un’epoca segnata dalla velocità, dai social network, dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale, il suo mondo fantastico continua a parlare di questioni antichissime: il bene e il male, la libertà, la tentazione del potere, l’amicizia, la lealtà, il sacrificio, il perdono e la speranza.
E lo fa senza trasformarsi in una lezione religiosa.
Il cristianesimo di Tolkien non è innanzitutto nei simboli espliciti, ma nella struttura morale della sua storia. Non serve cercare una corrispondenza meccanica fra Frodo e Cristo, Gandalf e un santo, Sauron e Satana. Tolkien stesso diffidava dell’allegoria.
La dimensione cristiana sta piuttosto nel modo in cui l’autore guarda all’uomo.
L’uomo è libero, ma fragile. Può cadere, ma può anche rialzarsi. Il male seduce, ma non ha l’ultima parola. Il potere può corrompere. La misericordia può produrre conseguenze che non siamo in grado di prevedere. Il sacrificio può diventare fecondo. E la storia può assumere un significato che supera ciò che l’uomo riesce immediatamente a comprendere.
Una porta verso il cristianesimo
È proprio questo legame tra fede cristiana e narrazione fantastica che può rendere Tolkien particolarmente interessante anche per la Chiesa e per le nuove generazioni.
In un’epoca nella quale il linguaggio religioso tradizionale fatica spesso a raggiungere i giovani, un’opera capace di parlare a milioni di lettori può diventare una via d’accesso diversa a temi spirituali fondamentali.
Sacrificio, lealtà, resistenza alla tentazione, rispetto per il Sacro, responsabilità e speranza sono tutti elementi presenti nella storia senza essere necessariamente presentati sotto forma di catechismo.
È forse proprio questo il punto di forza di Tolkien: non predica, racconta.
E attraverso il racconto porta il lettore a confrontarsi con domande che nessuna tecnologia può eliminare.
Che cosa significa essere liberi?
Quanto siamo disposti a sacrificare?
Che cosa siamo pronti a fare quando il potere ci viene offerto?
Possiamo resistere alla tentazione?
Che cosa rimane quando tutto sembra perduto?
Una lezione per il nostro tempo
Tolkien ci mette davanti, in definitiva, a una domanda essenziale: che cosa facciamo del tempo che ci è stato affidato?
Possiamo limitarci a rimpiangere il passato, lamentarci delle difficoltà del presente o aspettare che qualcun altro risolva i problemi.
Oppure possiamo scegliere di assumere la nostra responsabilità.
Frodo non è il più forte. Sam non è il più potente. Gli hobbit non sono i guerrieri più valorosi della Terra di Mezzo.
Eppure sono loro, insieme a tanti altri personaggi capaci di sacrificarsi, a rendere possibile la vittoria.
È questa, in fondo, la grande lezione di Tolkien: la storia non appartiene soltanto ai potenti.
Può essere cambiata anche da chi accetta di portare un peso, di compiere un sacrificio, di rimanere fedele quando sarebbe più facile arrendersi.
E forse è proprio qui che il fantasy di Tolkien incontra la fede cristiana: nella certezza che il male possa essere combattuto, che la libertà abbia un valore assoluto, che la misericordia non sia debolezza e che, anche quando tutto sembra perduto, la speranza abbia ancora un compito da svolgere.
Non possiamo scegliere il tempo nel quale siamo chiamati a vivere.
Possiamo però scegliere che cosa fare del tempo che ci è stato dato.













