HomeSportMikel, chiedimi se sei felice.. Elogio del cavaliere errante su due ruote

Mikel, chiedimi se sei felice.. Elogio del cavaliere errante su due ruote

“Il cavaliere errante senza innamoramento è come arbore spoglio di fronde e privo di frutta; è come corpo senz’anima.”
(Miguel de Cervantes)

PREAMBOLO Mikel Landa (Soudal Quick-Step) torna al successo dopo 1862 giorni e firma una delle vittorie più emozionanti della sua carriera, imponendosi sulla durissima salita del Collado del Alguacil al termine della ventesima tappa della Vuelta a España 2026. A 36 anni, dopo una carriera segnata da tanti problemi e dalla sfortuna, lo spagnolo si regala una delle sue ultime grandi gioie con la Soudal Quick-Step, visto che dalla prossima stagione cambierà squadra. L’ultimo successo risaliva addirittura al 2021, mentre per ritrovare una sua vittoria in un Grande Giro bisogna tornare al Giro d’Italia 2017.

Settembre, anno 2026. Con quella faccia un po’ così, come direbbe Paolo Conte, quella di chi ne ha davvero viste tante nella vita, Mikel Landa Meana ha fatto nel momento più inaspettato la cosa che, in assoluto, gli è sempre riuscita peggio: vincere. Anche quando – e chi c’era già allora incollato alla tivù se lo ricorda – nel suo prime, qualora ci fosse da spingere forte sulle pedivelle in salita, non ce n’era davvero per nessuno.

Durissima stargli a ruota anche per califfi delle pendenze come furono, qualche lustro fa, Albertino Contador, che quel Giro d’Italia non lo perse soltanto perché la ragion di squadra fermò Landa sul più bello, o Chris Froome, capitano costretto ad urlare al suo luogotenente – ovviamente Landa – di attenderlo perché messo in croce dalla sua scalata furiosa.

Un ossimoro semmai ne sia esistito uno dedito alle due ruote, Mikel, tanto da ricordare quell’altro cavaliere errante che i francesi adoravano, ma gli italiani molto di meno perché Bugno fu decisamente più bello, tanto da chiamarlo Claudió come fosse uno dei loro, il Diablo Chiappucci. Eroi dal cuore inesausto e dalle battaglie meravigliosamente perse. Facce antiche di un ciclismo antico che non c’è più.

Quello che alle diavolerie elettroniche, che avvicinano lo sport della fatica bruta e della polvere che sale nel respiro alla scienza esatta e, ancora peggio, l’uomo alla macchina, antepone improvvisazione, rischio e coraggio. E pure sfortuna, quale implacabile compagna di avventura, pronta ogni volta ad esigere il suo tributo.

Così, Mikel è colui che perde il podio di un Tour per un secondo, che finisce in terra quando sta spiccando il volo, che se fa una volata a tre riesce persino ad arrivare quarto. È così che nasce il Landismo, paradigma di ostinazione e resistenza alle usure dello sport che della vita è abbacinante paradigma. Non è tifo, è religione e ragione di esistenza.

“Se un giorno i miei figli vedranno tutto questo e lo capiranno, vorrei che sapessero che non bisogna mai arrendersi”, ha detto Mikel in lacrime al traguardo sul Collado de Alguacil, dove ieri ha staccato tutti in mezzo alla sua gente festante. Una tappa da cinquemila metri di dislivello, pane per i grimpeur o per i matti, punti di vista.

La quintessenza del Landismo, l’equivalente della mascella d’acciaio dei pugili: incassare, scrollarsi di dosso le disavventure e ritentare. Una, dieci, mille volte. Il Landismo è un sentimento a sé, è materia di culto e appartenenza. Qualcosa che nell’attesa e nell’inevitabile sconfitta non solo non si affievolisce, ma si rafforza, e rimanda con incrollabile speranza alla scalata successiva.
Non eravamo pronti, ieri, ad alzare le braccia al cielo, figuriamoci lui. Essere landisti è proprio questo. È sperare ingenuamente che un giorno il coyote Wile acciuffi il Road Runner, perché un po’ di gloria, nella vita, dovrebbero assaporarla tutti.

Invece, Mikel, basco di una terra senza uguali per bellezza e amore per il ciclismo, probabilmente nell’ultima ascesa di un grande Giro della carriera ha scritto la sua pagina forse più bella. Senza la gamba dei giorni migliori ma con la stessa identica garra.

E ci ha fatto piangere.

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