Viviamo in un’epoca in cui la parola “democrazia” viene sbandierata da ogni parte, ma la sensazione è che la bilancia della giustizia mediatica non sia mai in equilibrio. Se la nostra Costituzione — spesso definita la più bella del mondo — sancisce che siamo tutti uguali, perché nell’arena pubblica sembra che alcuni siano “più uguali degli altri”?
Il paradosso della censura preventiva
Il caso del comico Pucci a Sanremo è emblematico. Lo si accusa di essere divisivo, volgare, finanche xenofobo. Ma la domanda sorge spontanea: la censura preventiva è diventata uno strumento legittimo solo quando colpisce chi non è allineato a una certa area di sinistra? Se la volgarità e la provocazione sono il metro di misura, dovremmo applicarlo con lo stesso rigore a ogni artista che calca i palchi di Stato. Invece, assistiamo a un doppio standard: l’invettiva politica è “arte” se orientata in un senso, mentre diventa “inaccettabile” se proviene dall’altro.
Un Paese in stato di agitazione
Il clima che si respira nelle piazze, da Torino in giù, è preoccupante. Mentre i ragazzi protestano — spesso mossi da ideali che meritano ascolto — la sensazione di una “guerra civile giornaliera” si fa strada nel quotidiano. In questo contesto, sorge un dubbio radicale: la permanenza di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi sta alimentando, suo malgrado, una contrapposizione troppo violenta? L’idea di un passo indietro per fare spazio a un “governo di salvezza” non nasce da una valutazione di merito, ma da un desiderio di pace sociale. Forse, un esecutivo di tregua potrebbe disarmare gli animi e fermare questa cattiveria atavica che sembra aver contagiato il dibattito pubblico.
Tre passi per ripartire
Per uscire dall’angolo, non servono solo grandi manovre politiche, ma scelte concrete:
Libertà educativa: Un bonus scolastico per permettere alle famiglie di scegliere ambienti meno ideologizzati, dove i figli non siano sommersi da un unico pensiero dominante.
Ironia contro Sbeffeggio: Dobbiamo tornare a ridere e scherzare sulle differenze, abbandonando l’insulto personale che mira solo a distruggere l’avversario.
Il diritto al dissenso passivo: Sanremo non è un obbligo. Spegnere la TV davanti a “pistolotti” moralisti e look stravaganti è il modo più democratico per dire: “Non in mio nome”.
In conclusione, se vogliamo davvero dirci uguali, dobbiamo smetterla di pesare le opinioni col bilancino dell’appartenenza politica. Altrimenti, la democrazia rimarrà solo una bella parola scritta su una carta che nessuno legge più con onestà.

















