Faccia da matt. Vai dove ti porta il manicomio

Disagio psichico e sicurezza: il peso del silenzio dopo la chiusura dei manicomi

I “cattivi maestri” della Sinistra e la deriva della coerenza politica

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO - "Egregio Direttore, mi è capitato di recente di confrontarmi con un sedicente "esperto di comunicazione": un uomo che, dall'alto di...

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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Egregio Direttore,

Le scrivo per sollevare il velo su una realtà che l’Italia sembra voler nascondere sotto il tappeto: la gestione del disagio mentale nelle nostre strade. Dalla chiusura dei manicomi in poi, il confine tra libertà e abbandono è diventato pericolosamente sottile. Oggi ci troviamo di fronte a una gestione che troppo spesso delega interamente alle famiglie, o peggio alla casualità del quotidiano, il peso di situazioni esplosive.

Non si tratta di invocare un ritorno al passato, ma di guardare in faccia il presente. In giro vediamo di tutto: persone fragili abbandonate a se stesse, nuovi disperati segnati dai traumi dell’esodo migratorio e un uso smodato di ansiolitici che testimonia un malessere collettivo.

Nella mia analisi, individuo quattro categorie che incrociano le nostre vite:

L’oppressore: colui che, pur con problemi psicologici, finisce per consumare la vita di chi gli sta intorno (famiglia o colleghi).

L’innocuo: che vive nel suo mondo senza nuocere, ma che spesso diventa bersaglio di bullismo.

La vittima: il “matto” preso di mira da ragazzini senza educazione che meriterebbero ben altri correttivi.

Il pericoloso: l’imprevedibile, quello che le amministrazioni ignorano nei loro piani di sicurezza finché non accade la tragedia.

Troppo spesso la risposta delle istituzioni è un’alzata di spalle: “È pazzo, arrangiatevi”.

Ma la legge dovrebbe servire a tutelare tutti. Esiste una quota di “follia part-time” dove la mancanza di deterrenti e la certezza dell’impunità alimentano comportamenti antisociali. Quando ero ragazzo, il timore delle regole aiutava a rigare dritto; oggi, persa la strada, sembra non esserci più un ritorno.

È tempo che la politica smetta di parlare di sicurezza solo in termini di telecamere e cominci a investire in protocolli seri, assistenza reale e strutture che tolgano le famiglie dall’isolamento. Altrimenti, resteremo solo noi a pagare i danni, mentre la società si limita a farsi il segno della croce quando incontra il disagio per strada”.

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