Capuozzo, Allan, Todaro, Riccioni, Lucchesi, Negri, Vintcent, Page-Relo, Varney oggi non saranno della partita per la prima azzurra del Sei Nazioni 2026. Infortunati, ma questo è il rugby. Che non è sport avvezzo a troppe lamentele, ma anche per un’Italia dal roster profondo, come forse mai nella sua ventiseiennale storia nella più antica manifestazione sportiva al mondo, dover rinunciare a nove ragazzi che, a diverso titolo, avrebbero avuto un posto nei ventitré dell’Olimpico costituisce un problema.
Quesada, al terzo Sei Nazioni a capo degli azzurri, è dunque chiamato a qualche scelta obbligata e a qualche intuizione interessante. Qui il dettaglio.
La mediana, il settore più falcidiato, vedrà affiancato al confermatissimo Paolo Garbisi – cinquantesimo cap per lui, al pari di Nacho Brex e Michele Lamaro, il capitano – Alessandro Fusco, atteso con giustificata speranza a una prestazione di livello. Grande occasione per dimostrare il suo valore per un giocatore di talento e fantasia come il napoletano.
Problemi numerici anche all’apertura dove, senza Capuozzo, Allan e lo sfortunato Todaro – ginocchio in frantumi e stagione compromessa – Quesada opta per Leonardo Marin, che andrà a formare il triangolo allargato con le rodate ali Monty Ioane e Louis Lynagh.
In terza linea si rivede Michele Lamaro dopo un 2025 travagliato, con Lorenzo Cannone e il rubapalloni più scaltro al mondo, Manuel Zuliani, che dopo anni di meravigliosi subentri a match inoltrato è pronto a fare la differenza già dal primo minuto.
Nulla da aggiungere per la coppia di centri che il pianeta rugby ci invidia: il Brexoncello. Garanzia nonché paradigma luminescente di tutto ciò che è rugby. In seconda linea, proseguendo nella lettura della formazione, si parte con Andrea Zambonin e Niccolò Cannone. Chiudono il cerchio in prima linea, infine, Giacomo Nicotera a tallonare, con a fianco i piloni di sicuro rendimento Simone Ferrari e Danilo Fischetti.
Per la panchina, il CT azzurro vuole un 5-3 per garantirsi più innesti tra i trequarti a gara in corso, quando si spera di essere ancora in linea di galleggiamento. Pronto a dar manforte anche Lorenzo Pani – bentornato, campione – la cui ultima apparizione fu quella della meta al Galles, universalmente riconosciuta come una delle più belle e corali della nostra storia.
Con lui scalpitano Federico Ruzza, pronto a dare graniticità alla touche semmai dovesse servire, insieme all’altra seconda linea Riccardo Favaretto. La mediana di scorta è composta da Alessandro Garbisi e Giacomo Da Re, mentre il tris di avanti pronto per la girandola dei cambi consta di Tommaso Di Bartolomeo, Mirco Spagnolo e Muhamed Hasa.
Urge ribadire che non saremmo stati il Sud Africa al completo e non siamo improvvisamente diventati scarsi in condizioni emergenziali come questa, benché diversi analisti sembrerebbero far intendere il contrario. L’Italia, prima con Crowley e ora con il più pragmatico Quesada, ha acquisito una solidità di gruppo che è identitaria, grazie alla quale l’alternanza fisiologica dei protagonisti – nel rugby si finisce spesso in infermeria a ogni latitudine – non è più soggetta a bruschi cali prestazionali. L’impianto di gioco è ormai certificato e l’Italia, contro la Scozia, seppur da underdog, sarà in grado di giocare la sua partita.
Scozia che evoca ricordi dolcissimi. Anno 2000. All’esordio assoluto nel torneo, l’Italia si presentò nella diffidenza generale di un ecosistema, quello rugbistico, che geneticamente mal sopporta le intromissioni. Trainata dal piede fatato di Dominguez, gli azzurri, in quel giorno di gloria baciato dal sole della città eterna, annichilirono proprio la Scozia, dimostrando di non essere ospiti ma protagonisti assoluti, uomini degni del tavolo del Sei Nazioni.
Tornando al match odierno, qualche grattacapo – va detto – lo hanno anche i nostri avversari. Ci sarà però Finn Russell, giocatore stratosferico che, al di là di tutto, è sempre un privilegio poter ammirare da vicino. Per i bookmaker, la Scozia vincitrice è pagata non più di 1,5 volte la posta, a testimonianza del pomeriggio impervio che ci attende.
Se per i modelli numerici il risultato più probabile è una vittoria ospite con una quindicina di punti di scarto, la speranza viene sempre da un antico adagio apocrifo. Non sempre vince il più forte, sovente prevale chi ne ha più voglia. Che oggi possa essere una di quelle volte.
Buon Sei Nazioni a tutti

















