La scomparsa di Cesare Castellotti, storico volto del giornalismo Rai, non è solo la perdita di un professionista esemplare; è il sipario che cala definitivamente su un’epoca fatta di orari, punti fissi e una socialità che oggi appare quasi leggendaria. Castellotti non era solo un uomo in giacca e cravatta dietro una scrivania; era l’anima di una Torino da “bar dello sport”, dove eravamo tutti allenatori e dove ogni domenica si celebrava un appuntamento sacro.
L’architettura di un’Italia che sapeva aspettare
In quegli anni, la vita era scandita da coordinate precise. C’era il bar della parrocchia, le Acli, la spesa alla Coop e le cabine telefoniche, teatro di telefonate d’amore o di scherzi indimenticabili. Il lunedì mattina aveva il sapore dell’inchiostro della Gazzetta dello Sport, un giornale che passava di mano in mano, dall’autista del bus fino al “sequestro” finale da parte del capo dei bidelli.
La domenica seguiva una liturgia immutabile: la barba fatta con cura, l’abito buono per la Messa o per la mattinata al bar, e poi il calore del pranzo in famiglia. Risotto alla milanese, bollito e quella torta che chiudeva il banchetto prima che la musica e la giovinezza ci spingessero fuori casa, magari a rincorrere un sogno rock con una voce da melodico tra un gelato e una birra al Bar Sassi.
Quel camino chiamato 90° Minuto
Ma alle 18:15 il mondo si fermava. Era l’orario del silenzio “religioso calcistico”. Tutti davanti a Rai 1, dove Paolo Valenti e i suoi inviati trasformavano i gol in epica. Cesare Castellotti, dalla sua Torino sabauda, era il simbolo di quella narrazione: professionale, puntuale, elegante.
In quel calcio non si “drogavano” le emozioni. Erano pure, vere, come la corsa per non perdere l’ultimo bus per Cerano o lo sguardo rubato alla “bella del cuore” sperando in un sorriso o in un bacio al sapore di cioccolatino. Si rientrava a casa per cena, rispettando quel “quarto d’ora accademico” che i genitori ancora concedevano.
Un gioco umano in un mondo che corre
Oggi non ci sono più orari, i punti fissi sono svaniti. Siamo liberi, sì, ma spesso schiavi di un telefono che è diventato il prolungamento del nostro corpo. La TV di Cesare, invece, era un camino acceso che scaldava i cuori e riempiva i vuoti con seria professionalità. Era un tempo in cui il gioco era umano e il pallone si poteva quasi toccare con mano; un tempo in cui i professori insegnavano e i politici governavano.
Oggi, che ci sentiamo tutti “professori del nulla”, guardiamo a quella figura elegante con un pizzico di malinconia. Ciao Cesare, uomo di altri tempi. Tempi che, grazie al tuo ricordo, restano bellissimi.

















