Che fossimo diventati una signora squadra l’avevano detto i venti minuti di difesa furiosa che due settimane fa hanno sgretolato le certezze della Francia. Poi, il palo sfortunato che ha impedito agli azzurri di tornare da Lille con il trofeo Garibaldi ha un po’ offuscato i pensieri ma le avvisaglie che per la Scozia la trasferta a Roma di ieri non sarebbe stata una scorribanda di salute c’erano proprio tutte. Scozia che, per mettere le cose in chiaro, è uscita dai blocchi a cento all’ora sperando di spaventare questa nuova Italia facendo la voce grossa in avvio. Ha segnato due mete in dieci minuti ma proprio lì si è visto di che pasta è fatta la banda-Quesada. Perché non ha mollato di un millimetro, ha riordinato le idee e si è messa a macinare rugby. Di qualità.
Quando hai in squadra due come Brex e Menoncello hai il dovere di pensare in grande perché quei due sono un’iradiddio, patrimonio dell’UNESCO, rappresentazione tridimensionale di ciò che è il rugby: cuore, testa, gambe, fosforo. Loro due, di tutto ciò ne hanno a chili e la meta di Brex, che è alba di una partita nuova e gloriosa, non è che la più scontata delle conseguenze. Spesso accade così: tu giochi le tue carte migliori ma l’avversario ti rende la pariglia sui denti, così l’inerzia ti sfugge di mano e non la riprendi più. Ecco, la sensazione che deve aver vissuto oggi la Scozia, che resta compagine fortissima ma il suo margine sull’Italia si è assottigliato al punto da costare loro il match odierno. Match nel quale gli highlanders sono rimasti a galla solo grazie alla competenza acquisita negli anni e il mestiere di chi è abituato a rigettare il concetto di sconfitta.
Non vogliamo fare torto a nessuno perché ieri i ventitré in maglia azzurra hanno meritato tutti la lode, ma la capacità di placcare all’infinito con disciplina, Lamaro e Cannone in questo hanno due lauree a testa, è l’istantanea più bella che ci portiamo a casa da Roma, un pomeriggio di quelli che ti ripagano da anni bastardi nei quali le umiliazioni erano pillole amare da digerire. Invece siamo qua, con in mano la Cuttitta Cup a valle di un’impresa che racconteremo a sfinimento. Siamo belli anche perché ci complichiamo maledettamente la vita e le venti e passa fasi dell’ultima azione a possesso scozzese, con la possibilità concreta di perdere sul filo di lana in incontro già vinto, ci sono costate un infarto ma, si sa, senza sofferenza godi solo a metà.
E poi c’è Lynagh e, per chi ha qualche annetto sulle spalle è questione di lacrimuccia. Già, perché il cognome è proprio quello di cotanto papà, uno dei più forti giocatori di ogni epoca che in passato impreziosì il campionato italiano. Non è finita, perché il figlio vestito d’azzurro ha messo a terra la meta della riscossa, sempre a proposito di belle storie da camino e amarcord. Menoncello man of the match a Lille, Brex a Roma. E pensa se quel palo nel cielo di Francia fosse rimasto due centimetri più in là. Vabbè, oggi è festa e terzo tempo sia. Birre in alto, questa volta è il caso di dirlo: eravamo pronti alla morte, abbiamo finito vivi e vegeti. Che meraviglia.















