Fabio Picchi da Firenze è stato un protagonista, un gigante, un’icona della riscossa della cucina italiana dal 1979 (anno in cui apre a Firenze il ristorante Cibreo) ad oggi. E’ morto ieri a soli 67 anni. Lo ricordiamo con belle parole di Slow Food e di Cinzia Scaffidi
Perdiamo un pezzo di storia della gastronomia italiana, oltre che un compagno di viaggio che ha percorso al nostro fianco le tappe più importanti, sin dalla Convention dei Vini di Toscana del 1991
Ai grandi amori di Fabio Picchi – Maria Cassi, i figli con le loro famiglie, e tutta la grande famiglia dei suoi collaboratori – giunga forte e caldo l’abbraccio del mondo Slow Food.
Veloce, imprevisto, imprevedibile. Fabio se n’è andato senza tradire le sue cifre. Arriva un messaggio e lui non c’è più. Esattamente come quando arrivava un suo messaggio, o una telefonata, ed eccolo lì, con una nuova idea, una nuova urgenza, foss’anche solo quella di chiedere: come stai?

Finisce un’epoca, che Fabio ha attraversato sempre correndo, per aprire nel 1979 il Cibréo, e poi il Cibreino, e il Caffè del Cibreo e il Teatro del Sale, e il Cibléo, e infine il C.Bio, e la Macelleria e il Forno nel Mercato di Sant’Ambrogio e ancora l’Accademia Cibréo. Continuando a correre per pubblicare libri, per curare rubriche tv, per intervenire come ospite fisso in alcune trasmissioni, per inventarsi una rubrica in radio, per capire la sua Firenze, per amarla e conoscerla come le sue tasche, per incazzarsi con lei e commuoversi per lei.
Per costruire, tra via de’ Macci, il Mercato e via della Mattonaia uno straordinario laboratorio imprenditoriale, relazionale, sociale, nel quale pubblico e privato, individuale e collettivo, spirituale e politico, tradizionale e tecnologico, popolare ed elitario hanno spesso trovato un punto di sintesi. Un equilibrio in divenire, perché in costante movimento, come lo è stato Fabio, dando sempre la precedenza agli affetti veri, e creandone sempre di nuovi e altrettanto veri.
Marito, padre, nonno, amico, attivista, capo, complice, cuoco, giornalista, studioso, curioso di ogni fremito di vita, di ogni refolo di storia che valesse la pena di raccontare, per la quale valesse anche la pena di arrabbiarsi, persino litigare.
Lascia tanti vuoti, che oggi ci fanno un po’ paura, ma che presto proveremo a colmare.
Non sono veri vuoti, sono orme: le riempiremo con i nostri passi.
Cinzia Scaffidi
