Un anno senza Benedetto, gigante della Fede e Cassandra del pensiero occidentale- di Marcello Veneziani

"Non si limitò a condannare l’ateismo, a criticare il fanatismo islamico, a deplorare il cinismo nichilista dell’epoca; ma provò a dialogare, a confrontarsi, a riconoscere la fecondità dell’inquietudine negli atei e a rispettare le altre confessioni, religioni e tradizioni"

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Un anno fa, il 31 dicembre, moriva Papa Benedetto XVI, al secolo Joseph Ratzinger, e verrebbe voglia di sposare la tesi dei sedevacantisti e scrivere che da un anno siamo senza papa. Riproponiamo su di lui alcuni pensieri dedicati alla sua figura e al suo pontificato. In un mondo dominato da poteri forti e pensieri deboli, Joseph Ratzinger ha espresso un pensiero forte e un papato debole.

La fragilità di un corpo e la verità di un principio in un’epoca votata, al contrario, al relativismo dei valori e alla tirannia ideologica contro la realtà e l’identità, la natura e la tradizione. Quando fu eletto, Ratzinger apparve come il papa della continuità, non solo rispetto a Giovanni Paolo II ma alla tradizione cattolica e alla dottrina della fede cristiana. La sua elezione rispecchiava la centralità tedesca nell’Europa unita. Sul piano pastorale, l’avvento di un teologo come Ratzinger indicava una strada e una sfida: affrontare il nichilismo o l’ateismo pratico partendo dalla testa. Cioè dal pensiero, ma anche dal luogo cruciale in cui era sorto, l’Europa cristiana.

Una specie di kulturkampf, di battaglia culturale. Ratzinger affrontava i nemici radicali della fede sul piano filosofico e teologico. Per risollevare la fede e la Chiesa dalla crisi partiva dal luogo in cui era sorto l’ateismo pratico e teorico, il nichilismo: l’Europa. Ma la sfida si concluse con una disfatta, e non solo perché il Papa vi rinunciò, ma perché non fu frenato il processo di scristianizzazione. La sordità dell’Europa, i pregiudizi verso la Chiesa e il Papa tradizionalista, il suo linguaggio impervio, i temi bioetici, le maldicenze su di lui, l’inimicizia dei poteri, portarono Ratzinger alla sconfitta.

Si avvertiva nella voce di Ratzinger l’affanno dei secoli, i suoi occhi timidi evitavano di incrociare lo sguardo del mondo. Lo ricordo quando gli consegnammo un premio letterario, su mia proposta, e glielo portammo in San Pietro. Il carisma del Papa si celava dietro il velo della sua ritrosia.

Qual è il tratto originale di Joseph Ratzinger, cosa lo distingue dalla Chiesa del Concilio Vaticano II, dove lo spirito della modernità sostituì lo Spirito Santo; e cosa viceversa lo distingue dai conservatori e tradizionalisti che sognano di tornare al glorioso passato, alla Chiesa del Sillabo e allo spirito del Concilio di Trento? Per dirla in estrema sintesi: Ratzinger cercò la tradizione dopo la modernità, la fede dopo l’ateismo, il sacro dopo la secolarizzazione. Ovvero si pose il problema di oltrepassare il Concilio Vaticano II, non già di negarlo; di affrontare la crisi spirituale di oggi, non già di condannarla; e pensò di riaffermare la tradizione senza immaginarsi di arretrare allo status quo ante. Per ritrovare la fede, il sacro e la tradizione non bisogna retrocedere ma oltrepassare la linea e scavare più fondo.

Ratzinger fu un rigoroso difensore della fede e della dottrina contro la dittatura del relativismo e l’incedere dell’islamismo; ma c’era in lui il tormentato filosofo che si confronta con l’ateismo e riapre i conti con Nietzsche, Heidegger e il pensiero contemporaneo. Lui che è stato strenuo difensore della Tradizione, lui che il filosofo cattolico Del Noce definì “il più alto esempio di cultura di destra”; proprio lui, si è affacciato nelle terre incognite dell’ateismo più di ogni altro papa.

Ma non si limitò a condannare l’ateismo, a criticare il fanatismo islamico, a deplorare il cinismo nichilista dell’epoca; ma provò a dialogare, a confrontarsi, a riconoscere la fecondità dell’inquietudine negli atei e a rispettare le altre confessioni, religioni e tradizioni. Ratzinger non fu un neocons, non fu il cappellano militare dell’Occidente in guerra contro l’Islam, non fu la versione papale di Oriana Fallaci, e non fu un Papa delle Crociate, al di là di quel che si pensò di lui dopo il famoso discorso di Ratisbona. Ma restò realista, consapevole del suo tempo, delle forze in campo e dell’impossibilità di tornare indietro; e fu anche intellettuale, dunque meno incline a trovare soluzioni pratiche, meno propenso all’azione risolutiva o anche solo testimoniale. Il suo magistero si svolse attraverso l’elaborazione dottrinale e il confronto anche con gli atei. Tra fides et ratio.

Non dimenticheremo, infine, i suoi sguardi di spaventata dolcezza, di trattenuta mestizia, la sua scarsa dimestichezza con le cose del mondo, il suo disagio di vivere nello splendore regale; le sue delicate maniere, le sue pantofole rosse. Il suo sguardo si scusava col mondo e suggeriva agli astanti: sono un pensatore che regge le sorti del Pontificato, abbiate indulgenza. Aveva “quel non so che di angelico”, come diceva Petrarca di Celestino V, il papa che abdicò, “inesperto di cose umane”. Fragile come un cristallo, ma splendente di luce.

(scritti sparsi su Ratzinger)

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