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Tennis: Murray Fognini, una notte di Bellezza e amore per il beau geste a Roma- di Teo Parini

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Sono nati a nemmeno una decina di giorni di distanza, l’anno è il 1987 quello di Djokovic che, peraltro, l’anagrafe colloca proprio in mezzo ai due nel maggio di grazia del tennis. Hanno il fisico logorato da mille battaglie e la voglia di competere di due sbarbati alle prime scorribande nel circus e, ciò che più conta, giocano ancora in modo meraviglioso: il bello, se c’è, è per sempre.

Basterebbe guardare McEnroe come maneggia l’attrezzo a sessant’anni suonati, perché la mano, sofisticata appendice che rende tangibile la genialità, a differenza di tutto il resto del corpo non invecchia.

Murray da Dunblane, la cittadina della strage nella scuola, anzi nella classe proprio del sopravvissuto Andy, e Fognini da Arma di Taggia, il cui accostamento tennistico allo scozzese nonostante la palese differenza di palmares ha tutto il senso del mondo, si sono affrontati ieri nel primo turno degli Internazionali d’Italia che hanno così vissuto una serata di gala anticipata, un misto di rimpianto per ciò che presto non sarà più e di soddisfazione contingente per uno spettacolo che riconcilia con il tennis bistrattato da un’evoluzione mica tanto auspicabile.

Ha vinto l’azzurro, ora avanti per cinque match a quattro nei confronti diretti, ma importa davvero il minimo sindacale. Conta il significato pedagogico di un confronto che è campionario di tutta la ricchezza che il tennis sa offrire quando indossa l’abito della festa, un pozzo inesausto di talento dal quale attingere soluzioni balistiche che i più non sono in grado nemmeno di pensare, figuriamoci di farne strumenti funzionali al gioco. È il tennis delle mille cose che sbatte in faccia ai pluridecorati dal mood monocorde e sparagnino il perché degli almanacchi ce ne si dimentichi in fretta mentre la bellezza è patrimonio imperituro. Che poi è il motivo per il quale non sarebbero sufficienti cento Slam in bacheca a uno fortissimo come Djokovic per scalzare dal piedistallo della disciplina che fu pallacorda ed eleganza uno come McEnroe.
Andy e Fabio, a riguardo, appartengono alla ristretta cerchia di quelli che alla pallina, parafrasando fuori contesto il maestro Gianni Brera, danno del tu e non sono in molti. Avranno mille difetti – per gli omologati al pensiero politicamente corretto, il ligure ne ha financo di più – ma sono ormai vent’anni che i loro match sono sempre un ottimo motivo per dedicare del prezioso tempo alla tivù. Perché c’è sempre da imparare. La palla corre decisamente più piano rispetto a una decina di anni fa, i piedi non più ipersonici sono causa di qualche ritardo all’appuntamento con l’impatto e di cattivo posizionamento, la tenuta fisica al cospetto di sforzi reiterati è soggetta a rendimenti sinusoidali, con il corpo esausto che necessariamente si prende fisiologiche pause. Dettagli, perché sotto alla polvere del tempo c’è lo stesso talento di sempre, la capacità di sbrogliare con facilità anche le situazioni più intricate sfruttando la manualità che fa della racchetta un pennello e non una clava.

A conferma di quanto sopra, la partita di ieri ha vissuto di ondate. In cattedra, per primo, è salito Fognini, suo il parziale d’apertura e la possibilità non banale di essere più lepre che cacciatore. Murray ha fatto pari e patta imponendosi nel secondo, con l’azzurro in deficit di ossigeno ma che già in chiusura di set ha ripreso a mostrare il suo lato migliore. Tanto da allungare sullo slancio anche nel terzo, prima del ritorno del gladiatore scozzese che ha consentito l’epilogo in volata nel quale i panni del Cipollini li ha indossati il nostro Fabio. Uno che, con ogni probabilità, avrà esaurito la pazienza a sentirsi ripetere la solita manfrina del “se avesse avuto la testa” anziché essere tributato una volta tanto per la qualità espressa sul campo, ben più rilevante di una quantità, che fa scopa con banalità, e che fortunatamente non gli è mai appartenuta.

In ogni caso, Panatta a parte che fa sport a sé, Fognini incarna il meglio che il nostro tennis sia riuscito a produrre nell’Era Open e non solo in termini estetici, con buona pace di Sinner e a maggior ragione di Berrettini. Due giocatori formidabili, lapalissiano rimarcarlo ma gli invasati della conta dei punti si scandalizzano in fretta, che forse saranno più medagliati a fine carriera ma che pagano dazio in termini di qualità tennistica. Murray, a tutto ciò che è già tantissimo, ha saputo aggiungere anche il lato prettamente vincente al punto da mettere in dubbio nel suo momento migliore l’invincibilità della triade di dioscuri Federer-Djokovic-Nadal che ha bullizzato in maniera brutale ogni albo d’oro possibile e immaginabile. Così, tanto per rendere l’idea della grandezza del personaggio.

Quando troppo in fretta Chronos avrà vinto la sua battaglia, e al Foro italico ci si dovrà accontentare del Rune di turno, probabilmente ci si ricorderà di quella sera solo in apparenza come mille altre che l’hanno preceduta in cui due vecchietti dalle articolazioni raffazzonate hanno saputo restituire al tennis, vittima designata di una modernità terribilmente antiestetica, ciò che lo ha reso per volontà dei genitali ideatori una disciplina meravigliosa: talento, varietà, fantasia. Cara è la fine, dunque, il preludio a un tardivo grazie da riservare a due interpreti dei quali, soprattutto noi cultori del bello, sentiremo la mancanza.

Teo Parini

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