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OMA (ITALPRESS) – Il 20 febbraio 1987 Enzo Tortora tornava su Rai1 con il suo “Portobello”, aprendo il programma con quel “Dove eravamo rimasti?”, entrato nella storia della televisione (e non solo). Il 20 febbraio 2026 HBO Max rilascia “Portobello”, serie diretta da Marco Bellocchio che ripercorre la terribile vicenda giudiziaria in cui il conduttore rimase coinvolto a causa della falsa accusa di un pentito di camorra.
Nella serie, Tortora ha il volto di Fabrizio Gifuni, sua sorella Anna è interpretata da Barbora Bobulova; Lino Musella è Giovanni Pandico, Romana Maggiora Vergano è Francesca Scopelliti (la compagna di Tortora), Davide Mancini è l’avvocato Raffaele Della Valle (il legale del conduttore). Nel cast ci sono anche, tra gli altri, Gianfranco Gallo (Raffaele Cutolo), Tommaso Ragno (Marco Pannella), Valeria Marini (Moira Orfei), Alessandro Preziosi (Giorgio Fontana).
La storia di Tortora, uno dei più clamorosi errori giudiziari nel nostro Paese, è nota, almeno a chi ha superato gli “anta”: nel 1983 Enzo Tortora è all’apice del successo. Dal 1977 conduce “Portobello”, trasmissione che raggiunge 28 milioni di spettatori in prima serata, tutti in attesa del concorrente che riuscirà a far parlare il pappagallo, ospite d’onore dello show. Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini lo nomina Commendatore della Repubblica. Tortora è il re della tv (insieme ai colleghi Mike Pippo Baudo, Mike Bongiorno e Corrado) e il suo programma racconta e conforta il Paese. In quegli stessi anni il terremoto dell’Irpinia dà l’ultima scossa agli equilibri già fragili della Nuova Camorra Organizzata.
Giovanni Pandico, uomo di fiducia del boss Raffaele Cutolo e spettatore assiduo di “Portobello” dalla sua cella, decide di pentirsi. Interrogato dai giudici fa un nome inatteso: Enzo Tortora. Quando il 17 giugno 1983 i carabinieri bussano alla sua stanza d’albergo, Tortora pensa a un errore. Ma è solo l’inizio di un’odissea che lo trascinerà dalla vetta al baratro.
Bellocchio spiega così la scelta di fare “Portobello”: “Sono sempre le prime immagini a colpirmi. Per “Esterno Notte” mi aveva sollecitato un’immagine di Aldo Moro, qui è stata l’immagine di un uomo che, in modo stupito, esce in manette dalla caserma dei carabinieri. Si chiede perché ci siano tanti giornalisti e fotografi. In realtà c’era già una regia, un capitano dei carabinieri gli aveva mentito dicendogli: “Nessuno ti vedrà”. In poche ore la regia di quella grande messa in scena stava già funzionando. Il suo stupore – prosegue Bellocchio – mi ha colpito, si domandava “perché sono qua?” e non sapeva rispondere. Era un incubo diventato terribile perché non c’era risveglio”. Quasi la trama di un film horror: “Ciò che era evidente non lo era per i giudici e quello che riempì di indignazione, rabbia e odio fu che i giudici non potevano tornare sulla loro decisione perché non potevano sbagliare come disse Marco Pannella (che nel 1984 candidò Tortora per il Partito Radicale al Parlamento europeo dove fu eletto, ndr)”.
Il regista ammette che non è mai stato un fan di Tortora: “La sua disgrazia è che era antipatico. All’epoca molti giornalisti di primo livello dissero: “Se lo hanno arrestato, qualcosa ha commesso”. A me era un po’ indifferente, non lo capivo, non capivo quell’uomo che non sbagliava mai una parola, un aristocratico che aveva un pubblico di 28 milioni di italiani piccoli che facevano domande comiche”.
Inevitabile la domanda sulla possibile strumentalizzazione della serie che arriva in tv nel pieno della campagna per il referendum sulla giustizia: “La serie va giudicata per quello che è – risponde Bellocchio -. Rispetto il referendum ma non c’è alcun rapporto”. A proposito di politica, poi, aggiunge: “Pannella fu geniale nel proporre la candidatura a Tortora. Gli voleva bene ma lo fece anche con un fine politico. Lui si distinse da subito, quando fu eletto disse “Non fuggirò, non lascerò l’Italia” e divenne il protagonista di una serie di battaglie radicali”.
Sul tema del referendum sulla giustizia interviene Fabrizio Gifuni che parla di una “sfortunata coincidenza perché il progetto di “Portobello” è partito anni fa ed è arrivato a dama proprio in questo momento. Il pericolo non è che venga strumentalizzato ma che finisca schiacciato su una contingenza. Se volete sapere cosa voterò al referendum, chiamatemi dopo la messa in onda e risponderò senza problemi”. Parlando del suo ruolo, Gifuni dice: “Si è detto di lui che fosse un antipatico di successo, un personaggio così popolare ma con cui una parte d’Italia non simpatizzava. Approfondendo la storia di Enzo Tortora abbiamo visto che era un uomo che si batteva dall’interno dell’unica azienda televisiva di Stato per la fine del monopolio dell’emittenza, uno che non apparteneva alle due grandi “chiese” dell’epoca, la DC e il PCI, né alla Loggia P2 ed era fieramente laico in un Paese molto cattolico”.
Tutto questo, per l’attore, “non giustifica il caso Tortora ma spiega perché una parte del Paese fosse già pronta a voltargli le spalle. C’era un’Italia che già lo aspettava al varco”. Sull’uomo Enzo Tortora, a prescindere dal conduttore, Gifuni afferma che “era una persona fiera, orgogliosa, che non ammiccava al pubblico. Non aveva la furbizia dei suoi tre colleghi, Baudo, Bongiorno e Corrado, che sapevano come essere amati. Anche le gaffe di Mike erano artifizi per piacere. Lui, invece, non voleva cambiare, voleva continuare a parlare un italiano inappuntabile e avere modi da signore con un’attrazione verso l’Inghilterra”. Alla luce di tutto questo, “abbiamo cercato di capire il prima e il dopo della sua vicenda e il dopo è quello stupore che si trasforma in furia. Una furia interna perché non perde mai la calma ma si sente tradito e questo lo accomuna un po’ ad Aldo Moro. Sente il tradimento del Paese e si sente abbandonato”.
Lino Musella è Antonio Pandico, il pentito che incastra Tortora con la sua falsa testimonianza. Lo ammira ma è arrabbiato con lui perché non risponde alle lettere che gli invia dal carcere: “Come è possibile rovinare la vita di una persona solo perché non ti risponde? Uno dei semi del male è l’invidia – osserva Musella -. L‘invidia che lui prova diventa una forza maligna: voglio che tu subisca il mio male. Vuole portare Tortora in carcere e questo è un argomento attuale visto che oggi sembra che, per esistere, bisogna infangare”.
Romana Maggiora Vergano è Francesca Scopelliti, la compagna che gli è stata accanto in tutta la vicenda: “Dalle lettere che gli scriveva in carcere ho capito che per lui era una luce. È riuscita ad esserci senza esserci, una qualità rarissima. Credo che lei sia una delle poche figure con cui Tortora si è potuto mostrare vulnerabile, con le figlie si mostrava sempre come un leone pronto a lottare”.
A proposito delle figure femminili vicine a Tortora, Bellocchio assicura che “sia con Francesca sia con Gaia Tortora il rapporto è stato affettuosamente collaborativo. Avevo letto il libro “Lettere a Francesca”, le ho incontrate più di una volta, ho chiesto loro una serie di particolari ed entrambe, in modo diverso, sono state estremamente discrete. Non c’è mai stata da parte loro pressione a sottolineare o censurare qualcosa. Quando ci sono parenti è sempre delicato ma qui non c’è stata alcuna interferenza o limitazione”.
Un’ultima battuta è di Laura Carafoli, manager di HBO, che commenta così la concomitanza della serie con la campagna referendaria: “La piattaforma è stata lanciata il 13 gennaio. Questo è il primo prodotto italiano che lanciamo ed era importante farlo adesso perché abbiamo scoperto che il 20 febbraio era la data in cui Tortora era tornato in scena. Ci è sembrato un bellissimo modo per rendergli omaggio”.
– Foto IPA Agency –
(ITALPRESS).















