Stan Wawrinka e un rovescio da Louvre della racchetta: chapeau- di Teo Parini

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“Lo so, è stupido piangere ma io amo questo gioco”. Stan Wawrinka, Stanislas all’anagrafe, sta al tennis come Clark Kent sta al cinema: il supereroe che non ti aspetti. Non proviene da Krypton ma dall’elegante Losanna, anche se il cognome tradisce origini spostate ad est, e, più che l’aria del secchione che a scuola non fa mai copiare il compito in classe, ha quella del pacioccone goffo e simpatico che tra la partitella di pallone e la merenda preferisce decisamente la seconda.

Ma che dopo una serata spesa al ristorante ingozzando pezzi di sushi noncurante della bilancia, imbraccia la racchetta e infila divise dalla cromia improbabile per vestire i panni di Stanimal, Superman di inesausta bellezza tennistica e prorompente veemenza balistica. Che, se non vola, cannoneggia.

Giocatore che nel periodo più difficile per emergere nella secolare storia del gioco, quello brutalizzato dal triumvirato pigliatutto che non necessita di presentazioni, può vantare di aver raggiunto picchi di rendimento collocati su traiettorie non percorribili da nessuno, nemmeno da quei tre dioscuri là. La zona Stanimal, appunto.

Dove il tennis mutua dalla boxe il concetto di knockout tecnico, l’interruzione di un incontro per la manifesta incapacità di uno dei due contendenti di difendersi dall’incessante martellamento di ganci e montanti dell’avversario. Definizione plastica di sfinimento tennistico. Lo sa bene Djokovic che, esausto, ha dovuto lasciare sul piatto un’edizione del Roland Garros e una degli Open degli Stati Uniti tra il 2015 e il 2016 perché annichilito da due versioni deluxe di Wawrinka, quelle da fumetto che fanno sognare i bambini e ammattire anche un formidabile incassatore di pugni come il serbo, virtualmente costretto a chiedere al suo angolo di gettare in campo l’asciugamano. O come Nadal, passato anch’esso per il trattamento dello svizzero e costretto a cedere il passo nella finale degli Australian Open del 2014, tra noie fisiche e stordimento. Per non parlare di Federer, triturato in Bois de Boulogne sempre nella vittoriosa cavalcata del 2015, quella dei calzoncini a quadretti e la precisione di un cecchino al fronte.

Per parlare un po’ di Wawrinka avremmo preferito che, all’alba dei suoi quarant’anni e con un fisico violentato dai chirurghi, domenica scorsa avesse vinto il titolo di Umago, tornando così a sollevare una coppa a sei anni di distanza dall’ultima volta proprio nel torneo che ha l’onore di raccontare il suo primo e ormai remoto hurrà nel circuito maggiore risalente a due decadi fa. Il buon Popyrin, onesto giovanotto con una certa pesantezza di palla, però, non è stato dello stesso romantico avviso, tanto da batterlo in rimonta facendo propria la kermesse croata. Del resto, se c’è qualcosa che non fa sconti, oltre a Chronos e al fisco, è proprio il tennis e, così, i singhiozzi pregni di emozione che hanno accompagnato l’intervista a caldo di Wawrinka ci hanno financo strappato una lacrima. Come le volte in cui si percepisce epidermicamente che la rinuncia a qualcosa che non si vorrebbe perdere per nulla al mondo sia ormai alle porte. Al suo rovescio, per esempio, che se solo l’UNESCO avesse a cuore anche le sorti del tennis sarebbe già incluso da tempo nella lista dei patrimoni dell’umanità. Un colpo che odora, insieme, di passato e presente: elegante come la gestualità bianca degli albori della disciplina, deflagrante secondo i crismi della modernità contingente. Da esporre al Louvre, in compagnia della volée di rovescio di Edberg, della veronica di Panatta e del dritto di Sampras.

Cresciuto all’ombra dell’ingombrante connazionale Federer e con qualche comprensibile complesso di inferiorità, Stan ha avuto una crescita più lenta rispetto ad altri colleghi perché, come spesso accade, ad un talento cristallino non è detto si abbini fin da subito la solidità mentale richiesta dalla professione del tennista. Così, Stan è diventato The Man solo all’apice di un lungo lavoro mentale che gli ha consentito di fare valere sul campo un armamentario da primo della classe. Intorno alle sbracciate di rovescio, il marchio di fabbrica della casa, Wawrinka ha saputo costruire un gioco unico, fatto di martellate a tutto braccio con le quali dirigere le operazioni dello scambio, alternate a soluzioni di una certa raffinatezza e passando per l’uso creativo di rotazioni e angoli. Senza dimenticare una capacità di resistenza allo sforzo e di mobilità di piedi sopra la media a dispetto di una sagoma non propriamente filiforme. Giocatore completo, insomma, godibile alternativa del corri-e-tira che nel frattempo gli si è consolidato intorno come l’unica via possibile per il successo.

A Wawrinka, quindi, va riconosciuto il merito di aver rigettato a suon di colpi vincenti l’assioma apparentemente inoppugnabile. C’è un tennis fatto di bellezza che può essere vincente.
Mancherà al Circus. Come tutti gli interpreti, poco convenzionali e molto naif, che, se proprio non l’hanno inventato, un aspetto caratterizzante del nostro gioco preferito lo hanno reso unico e distinguibile tra mille altri. Ma non è ancora tempo di dire basta: Stan, infatti, ha promesso di dare battaglia ancora per un po’, con immutato amore per il gioco. Trasfigurato dallo sforzo e con il dito indice della mano destra portato alla tempia a valle di un match vittorioso, gestualità che abbiamo imparato a conoscere quale monito di quanto il cervello sia sempre protagonista delle sorti tennistiche, avremo quindi il privilegio di vederlo ancora all’opera in qualche selezionata occasione. Noi aficionados gli dobbiamo molto.

Chiunque abbia maneggiato una racchetta in questi anni, infatti, azzeccando per una fortuita congiunzione astrale un rovescio da posizione impossibile, si è necessariamente sentito un po’ Wawrinka, come quelle volte remote in cui, trasformando un campetto spelacchiato nel Bernabeu dei nostri sogni, da bambini un dribbling andato a buon fine ci faceva sentire dei piccoli Maradona. Insomma, The Man è l’amico che ci ha restituito la fantasia dei giorni più belli e, pertanto, non smetteremo mai di volergli bene.

Teo Parini

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