Rugby: Irlanda Inghilterra, molto più di una partita.. Go on home british soldiers!

Appuntamento, quindi, a domenica. Quando le lacrime al solito segneranno il viso di qualche gigantesco alfiere d'Irlanda durante le note dell'inno che è patriottica appartenenza

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“For eight hundred years we’ve fought you without fear and we will fight you for eight hundred more”. È una strofa delle celebre canzone composta da Tommy Skelly all’indomani del 30 gennaio del 1972. Ricorda ai gendarmi di Sua Maestà che il popolo d’Irlanda non è in vendita, non lo è mai stato e non lo sarà mai.

Ricorda, altresì, di quando i soldati del Reggimento Paracadutisti dell’esercito britannico, in quella tristemente nota come ‘Operazione Forecast’, durante una manifestazione organizzata dalla NICRA, i difensori dei diritti civili negati dall’impero inglese ai repubblicani d’Irlanda, ricevuto l’ordine dal Colonnello Wilford fanno fuoco sulla folla pacifica. Derry, la domenica di sangue. Quattordici difensori dell’Irlanda libera restano sull’asfalto. Marciavano verso il ghetto cattolico di Bogside, reclamando uguaglianza, pari dignità lavorativa, diritto alla casa, la cancellazione del voto per censo. Contro la discriminazione razziale, l’apartheid nordirlandese, erano a migliaia. Finché incontrarono le mitragliatrici. Cinque uomini furono giustiziati alle spalle, disarmati. Non avevano che vent’anni. Uno, invece, lo freddarono guardandolo negli occhi mentre teneva le mani sul capo in segno di resa. Quattordici, in tutto, non faranno ritorno a casa. Quella giornata di ordinaria follia imperiale fu spartiacque, il punto di non ritorno. La protesta fin lì pacifica diventa lotta armata, resistenza per la sopravvivenza. IRA, Bobby Sands, gli eroi nelle carceri, il sogno di libertà. Il resto è storia.

Tutto ciò per dire che Irlanda contro Inghilterra, qualunque sia il contesto, non potrà mai essere una vicenda normale, come un qualsiasi altro incontro di uomini. Figuriamoci nel rugby, dove le due anime d’Irlanda ancora divise si fondono per ottanta minuti in un’unica patria, accompagnati dalle note dell'”Ireland’s Call” in luogo dei rispettivi inni nazionali. Questione di orgoglio, memoria ed appartenenza. Rugby, più che mai paradigma di vita. “We’re not British, we’re not Saxon, we’re not English, we’re Irish and proud we are to be”, sempre attingendo dalla prosa di Skelly. E domenica pomeriggio, per la quarta giornata del Sei Nazioni 2024, le due compagini di Irlanda e Inghilterra tornano a fronteggiarsi, faccia a faccia, sulla strada del torneo sportivo più antico al mondo. No, non è mai una partita normale. Vecchie ferite mai cicatrizzate animano lo spirito degli irlandesi ogni qualvolta si tratti di sbrigare una faccenda che includa gli inglesi e il rugby – una guerra, detto con il senso della misura dovuto trattandosi pur sempre di un gioco – non fa ovviamente eccezione.

A questo match, Irlanda ed Inghilterra ci arrivano in condizioni psicologiche opposte. I verdi sono la squadra più forte d’Europa, forse del mondo, e sono lanciati verso la conquista del trofeo e del secondo Grande Slam consecutivo. Una corazzata senza difetti, una meraviglia. I bianchi, invece, non se la stanno passando un granché bene dopo l’exploit mondiale, tanto che dopo aver rischiato di perdere all’esordio contro l’Italia sono finiti tritati dagli scozzesi abbandonando ogni velleità di successo finale. Sono pur sempre inglesi, dunque gente dalla competenza rugbistica intagliata nei cromosomi, ma c’è il rischio concreto che domenica possano vivere un pomeriggio terribile e di sognarsi a lungo quelle maglie dal colore dei prati. Sarà anche il primo scontro senza Sexton, il condottiero d’Irlanda nonché mediano d’apertura tra i più forti di ogni epoca, che ha da poco appeso le scare al chiodo e che per un ventennio ha suonato la carica.

Sarà strano non vederlo dirigere le operazioni ma Jack Crowley ha testa, mani e gambe per farlo rimpiangere il meno possibile. Appuntamento, quindi, a domenica. Quando le lacrime che al solito segneranno il viso di qualche gigantesco alfiere d’Irlanda durante le note dell’inno che è patriottica appartenenza – perché succede sempre – ci ricorderanno una cosa importante. La bellezza di sentirsi parte di una nazione e di quanto si possa essere fieri della propria storia. “Ireland, Ireland together standing tall, shoulder to shoulder we’ll answer Ireland’s call!”. Già, spalla a spalla.

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