Cinquemaggio
Inesorabilmente il Manzoni profila la giornata
L’inaugurazione.
La sala è umida, sarà per via del pozzo che adorna lo spazio e per gli effluvi madidi che trasudano dal fondo; l’acqua è limpida e il colore vitreo e metallico suggerisce una bassa temperatura.
Tocco appena la superficie: è gelata. Le pietre lì nell’angolo sono scure e la malta esala un vecchio profumo di calce. La Memoria del bosco prende piede, siamo tutti emozionati, io lei e lui, quasi un triangolo equilatero, prendo la parola, da ultimo, ho atteso che gli altri fossero anche loro protagonisti, attori splendidi di questa commedia recitata sempre ogni volta a braccio; faccio la fila delle parole, espongo, leggo negli occhi (ma forse anche nell’intimo) degli astanti i loro desideri e li esprimo, tutti davanti, nei quadri che ho composto lì le mie liturgie dello spazio; nell’affabulazione contenuta cerco di far viaggiare gli spettatori attraverso le quattro sinfonie, quella dell’uomo, quella della ricerca, quella del momento ludico, e l’ultima quella della allegoria.
Le fiabe sono lì a parlare della mia costante infanzia, del mio gioco nella vita. Chiudo veloce, lascio spazio alle sensazioni che arriveranno, presto, a toccare la crisalide del mio cuore.
E’ una scrittura ieratica, da me composta e impostata, nel tempo vivrà di una vita sua, per il momento sono e resto l’unico interprete.
Seimaggio
Nella tranquillità della mattina, tra il sonnecchio dopo la notte lunga e strana. Dopo gli avvenimenti di ieri, la commozione del pubblico, non numerosissimo ma attento e partecipato.
Ridiscendo dalla collina, trovo quattro visitatori che hanno sfidato il freddo di questo strano mese e la pioggia, di nuovo incalzante, che ha ripreso a circondarci; non bastava il pozzo a rendere l’ambiente umido pure la pioggia.