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Olimpiadi, il prezzo dell’accessibilità: a Los Angeles 28 dollari, per Milano Cortina si lamentano pure gli atleti..

Un milione di biglietti a 28 dollari. È questo il messaggio forte lanciato da Los Angeles 2028, che prova a invertire una tendenza ormai consolidata: Olimpiadi sempre più spettacolari, ma sempre meno accessibili. Gli organizzatori dei Giochi californiani hanno annunciato che un milione di ticket sarà venduto al prezzo simbolico di 28 dollari (circa 24 euro), con l’obiettivo dichiarato di rendere l’evento “accessibile e inclusivo”. Non solo: circa un terzo dei biglietti complessivi costerà meno di 100 dollari.

Un segnale politico e culturale, prima ancora che commerciale. Perché il tema del caro-prezzi è diventato centrale nel dibattito sportivo globale. A Parigi 2024 ha tenuto banco per mesi, così come nel calcio internazionale, dove la Fifa è finita nel mirino dei tifosi per i costi giudicati esorbitanti dei biglietti del prossimo Mondiale in Usa, Canada e Messico.

E l’Italia non fa eccezione. Anzi.

Milano Cortina 2026, a poco più di un anno dall’accensione del braciere, è già al centro di forti polemiche sui prezzi dei biglietti, in particolare per le gare nei palazzetti del ghiaccio. I numeri, però, raccontano una realtà solo apparentemente contraddittoria: i biglietti vendono eccome. Quattro giorni fa è stato annunciato che ne sono già stati piazzati un milione; ne restano circa 500mila. Se si guarda solo al dato secco, il successo sembra già scritto.

Eppure il malcontento cresce. Perché, a differenza di quanto avvenne per Expo 2015 – quando per mesi si temette il flop e si lavorò anche sull’accessibilità – qui il problema non è la domanda, ma chi può permettersi di essere sugli spalti. Ne ha parlato il giornalista Fabio Massa su Frontale, la sua abituale e interessante newsletter ( https://frontale.substack.com/ )

Il pricing, spiegano dalla Fondazione Milano Cortina, segue lo storico del CIO e i benchmark dei grandi eventi sportivi internazionali. Ma la teoria si scontra con la pratica. Una gara di hockey di “terza fascia” può arrivare a costare 200 euro. Un biglietto “decente” per alcune discipline tocca i 450 euro. E non sono previste agevolazioni nemmeno per i familiari degli atleti.

“In questo quadro non è prevista la distribuzione di biglietti gratuiti, nemmeno ai familiari degli atleti”, ha spiegato Andrea Gios, presidente della Federazione Italiana Sport del Ghiaccio. Una posizione che ha acceso la miccia delle polemiche, alimentate dalle parole di Pietro Sighel, stella dello short track: sei sessioni di gara, biglietti carissimi, spese di vitto, alloggio e trasporti. Il conto, per una famiglia, diventa rapidamente insostenibile.

Il risultato è paradossale: alcune federazioni stanno acquistando i biglietti per garantire la presenza dei parenti, altre no. Alcuni atleti chiederanno sacrifici enormi ai genitori, altri rinunceranno. E il disagio non riguarda solo lo sport di base. Anche enti locali, Regioni, ministeri e istituzioni hanno ricevuto pochissimi pass ufficiali. Per assistere alle cerimonie o agli eventi di cartello, spesso l’unica opzione resta “strisciare la carta”, con costi da vero e proprio salasso.

Il confronto con Los Angeles 2028, allora, diventa inevitabile. Da una parte, una strategia che rivendica l’accessibilità come valore fondante dei Giochi. Dall’altra, un’Olimpiade che rischia di essere percepita come straordinaria vetrina globale, ma lontana dalle famiglie, dagli atleti stessi e da quella dimensione popolare che dovrebbe essere l’anima dello sport.

Le Olimpiadi, oggi più che mai, vendono. La domanda non manca. Ma la vera sfida – forse la più politica di tutte – resta questa: a chi sono davvero destinate?

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