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L’anarchia degli Stati Uniti di Trump

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di Vincenzo Petrone *

ROMA (ITALPRESS) – Le cronache del Forum di Davos resteranno incise negli annali dei “rich and famous” ma per le ragioni sbagliate. Il Presidente degli Stati Uniti era partito per le nevi svizzere minacciando fuoco e fiamme per annettersi la Groenlandia ma poi ha annunciato già poche ore prima di atterrare, che no, tutto sommato, i paracadutisti non li avrebbe mandati. Poche ore ,sempre secondo Trump, il Segretario generale della Nato, Mark Rutte gli avrebbe garantito un accordo “per sempre” che garantirà agli Stati Uniti nei secoli dei secoli quello che hanno già sin dal 1951 , in forza di un Trattato. Gli USA possono utilizzare la Groenlandia per svolgere attività di difesa aerea, navale e terrestre. E l’hanno fatto con le 16 basi che vi avevano durante la Guerra Fredda, ridotte oggi ad una per loro scelta. Per raffreddare il bellicismo del Presidente sono bastati due fatti. La ferma opposizione di Francia, Germania e Gran Bretagna che non si sono lasciate intimidire .Appoggiate in questa fermezza dal Canada, il cui Primo Ministro ha pronunciato a Davos un intervento veramente magistrale, diventato virale per la sua forza dialettica e per il fatto che in esso vi è la traccia intelligente di una strategia di alleanza tra le “potenze medie” occidentali orfane dell’America.

Altrettanto efficace, se non di piu’, nel provocare questa ennesima Taco, o ritirata di Trump, è stata la reazione degli indici di Wall Street fortemente negativi mercoledi, soltanto per la tensione creata da Trump con gli europei. In quelle stesse ore, dal Congresso finalmente 3 Senatori del Partito Repubblicano hanno pubblicamente e a voce alta ,dissentito da Trump sul rapporto con gli alleati europei. Il pessimo umore, o meglio il rancore di Trump verso l’Europa è sembrato ancora più evidente nelle dichiarazioni ,subito dopo Davos e durante il volo di rientro verso Mar a’ Lago, la sede più naturale per questa fase della storia americana. Ancora sotto choc per la fermezza del rifiuto europeo sulla Groenlandia e sul suo Board of Peace per Gaza, Trump ha sostenuto in una intervista televisiva che ” l’America non ha mai chiesto nulla agli alleati Nato e non ne ha avuto bisogno”. Ma la ciliegia sulla torta e’ arrivata quando e’ arrivato a sostenere che in Afghanistan, per esempio, “gli alleati sono rimasti ben indietro rispetto al fronte di combattimento”. La poca dimestichezza del Presidente con i dati e con la verita’ deve averlo tradito ancora una volta. In primo luogo perché all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle, proprio gli Stati Uniti hanno invocato l’articolo 5 del trattato Nato. Unico Paese ad averlo mai fatto. E in forza della solidarietà tra alleati Nato gli europei ed i canadesi hanno avuto in Afghanistan centinaia di caduti in operazioni militari. Tanto lontani dalla linea del fronte non potevamo essere.

Mai comunque quanto un Presidente degli Stati Uniti che da giovane ha schivato due volte il servizio militare in Vietnam, nel 1968 perché era all’Università e nel 1972 per una patologia mai rivelata che arzillo com’è mai avremmo sospettato che egli avesse. L’Italia ha perso in Afghanistan 53 soldati dei quali 31 in operazioni ostili, e ha riportato a casa 723 feriti. In quella guerra si sono alternati 50 mila nostri militari delle tre Armi e dei Carabinieri, in 20 anni. La Gran Bretagna ha perso 457 militari. A dispetto della loro enormità, per il momento, le affermazioni del Presidente Trump restano senza la risposta che pure meriterebbero, nelle capitali dell’Alleanza inclusa Roma. La Ragion di Stato non lascia scelta semplicemente perche’ siamo nella fase iniziale del riarmo europeo e non siamo per ora lontanamente in grado di difenderci senza gli Stati Uniti. Il che non toglie che sulla Groenlandia nel giro di due settimane, Trump ha demolito quel che ancora poteva essere rimasto in piedi dell’edificio alleato atlantico. I Governi delle nostre capitali hanno potuto soltanto prendere atto che le affermazioni, i comportamenti e il malanimo che Trump ha messo in vetrina da ultimo a Davos, rendono sempre più insanabile la frattura tra Europa e Stati Uniti. Il resto purtroppo è cortesia diplomatica.

Eppure, il groviglio delle interconnessioni createsi in 77 anni di integrazione strategica, operativa e tecnologica tra le Forze della Nato è cosi stretto e pervasivo che separare la difesa europea da quella americana è una operazione chirurgica delicatissima che durera’ molti anni, forse un decennio. E dovremo farla il prima possibile, purtroppo in costanza della concreta minaccia costituita dal revanscismo post sovietico della Russia di Putin. Piattaforme navali, aeree e missilistiche, logistica, standards del munizionamento, intelligence, telecomunicazioni. Separarsi senza poterlo annunciare e senza perdere il paziente parala sfida dei prossimi decenni. Basti pensare per esempio al caccia bombardiere F35 che costituisce ormai la spina dorsale della difesa aerea alleata. Questo aereo in realtà è parte integrante di sistemi Nato di comando, controllo, intelligence, operazioni offensive e difensive nonché di interoperabilità tra le unità alleate. Ogni volta che decolla o atterra entra ed esce da sistemi integrati di comando e controllo che superano i confini nazionali. Fuori da una logica Nato, l’F 35 perde la gran parte della sua efficacia. Nei primi giorni di un conflitto da cui gli Stati Uniti restassero in disparte, questo formidabile aereo potrebbe probabilmente essere bloccato a terra per decisione sovrana americana.

E questo nonostante le dichiarazioni mai molto convinte, di politici e militari europei circa l’esistenza di un “switch” o “backdoor” che gli Stati Uniti possono attivare se decidono di rendere di fatto inoperativo l’F35 dei paesi alleati. E in verità non ci sarebbe da stupirsi se i Comandi militari europei sospendessero gli acquisti di questo aereo e se i Parlamenti europei approfondissero l’argomento. Sicché nel costruire la propria autonomia dalla forza militare americana, i Paesi europei dovranno operare come un chirurgo che separa due fratelli siamesi e deve fare in modo che l’intervento non si traduca nella morte di uno o entrambi. Allo stesso tempo, agli europei e al Canada ,l’America di Trump non lascia scelta. Non potremo che seguire la linea strategica indicata a Davos da Mark Carney, quella di una coalizione di potenze medie che si uniscono per difendersi e per arginare insieme, l’anarchia che l’America sta introducendo nelle relazioni internazionali. Perché di anarchia si tratta. Le affermazioni di Trump sulla Groenlandia sono particolarmente gravi perché conferiscono legittimità alla tesi primaria di Putin per giustificare l’aggressione contro l’Ucraina .E soprattutto, possono avvicinare nel tempo la realizzazione della minaccia cinese di usare la forza militare per prendere Taiwan e per egemonizzare il Mar Cinese Meridionale.

Per la prima volta in Europa dalla fine della Seconda Guerra mondiale, Putin ha preteso di cambiare i confini con le armi e Trump ha minacciato di usare la forza per annettere la Groenlandia. E lo ha fatto quasi esattamente per le stesse ragioni avanzate da Putin, ossia per le proprie esigenze di sicurezza e di controllo dei Paesi che si trovano sui confini.
L’elemento comune a Trump, Putin e Xi Jin Ping è appunto un revisionismo da Grandi Potenze rispetto all’equilibrio mondiale creato e mantenuto proprio dall’America nel dopoguerra. Nel suo primario interesse. E’ difficile che a Pechino possa sfuggire la frattura tra Europa e Stati Uniti e l’incertezza che Trump ha inserito nell’Aukus, l’accordo strategico con l’Australia e nel programma di fornitura di sommergibili nucleari a Canberra. E poi, le roboanti minacce, che poi erano a salve, in supporto dei dimostranti iraniani che proprio lui ha incitato a battersi contro la teocrazia in Iran, annunciando che “help is on the day”.
Il dietrofront quasi immediato sulle tariffe alla Cina non appena Pechino ha con fermezza brandito l’arma delle terre rare. E la idiosincrasia di Trump e della sua America per qualsivoglia istituzione che la leghi al resto dell’Occidente. E l’evidente complesso di Trump per quelli che lui percepisce come uomini forti, i Putin, gli Xi, gli Erdogan di questo mondo.

Infine,la solare assenza di elaborazione intellettuale,di ponderazione accademica e di riflessione strategica di lungo termine nelle estemporanee dichiarazioni del Presidente,nelle sue minacce e nelle sue precipitose marce indietro. Queste sono le basi dell’anarchia di Trump. Non c’è bisogno di essere dei catastrofisti per temere che essa sia interpretata come una luce verde per imprudenze pericolose russe o cinesi. Il primo anno della Presidenza di Donald J.Trump passerà alla storia non per aver fatto nuovamente grande l’America bensì per aver creato i presupposti e gli alibi per avventure altrui che inevitabilmente poi gli Stati Uniti dovranno contrastare. E dovranno farlo nel proprio interesse vitale non per difendere i neghittosi europei che non vogliono dargli la Groenlandia. Un pilastro essenziale del predominio americano globale è stata proprio la straordinaria rete di alleanze che l’America ha saputo creare e mantenere in Europa,nel Far East e in Oceania. Un moltiplicatore di influenza insostituibile per una potenza globale. Nè la Russia nè la Cina ne dispongono e vedono con grande interesse la terra bruciata che Trump ne sta facendo in Occidente e in Oceania. E’ auspicabile che il Capo di Governo della nostra Italia, uno dei più leali alleati storici degli Stati Uniti, dica con franchezza al Presidente Trump che neanche l’Italia potra’ accompagnarlo nella demolizione delle Istituzioni multilaterali che sono i pilastri del cielo, le cattedrali dell’ordine internazionale. E che le Nazioni Unite sono una cosa. Il Board of Peace è un’altra.

* Ambasciatore a.r.

(ITALPRESS).

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