“Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame” domandava la matrigna di Biancaneve rimirandosi nella lucida superficie argentea che soddisfaceva la sua vanità.
E proprio perché la devozione cattolica ritiene la vanità un peccato, gli specchi sono stati considerati per secoli strumenti del demonio, soprattutto se nelle mani delle donne.
Comunque, specchi, cristalli e superfici riflettenti in genere, nella cultura occidentale sono da sempre collegati alla magia, perché sono stati e lo sono tuttora, utilizzati per predire il futuro o per catturare e riflettere immagini di situazioni che stanno avvenendo in altri luoghi. i Romani, per esempio, credevano di potervi osservare tutto ciò che capitava nelle terre del loro immenso impero.
E a proposito dell’epoca romana, il poeta Ovidio raccontò di uno specchio, sebbene lacustre, nelle sue Metamorfosi; mi riferisco alla storia di Narciso, quel bel giovanetto che un giorno, giungendo assetato ad una fonte cristallina, mentre si accingeva a bere, vide per la prima volta la sua immagine riflessa. Scorta quella leggiadra figura, la bramò perdutamente senza sapere di bramare se stesso. Cominciò allora a immergere una mano nell’acqua per toccare la bella creatura, ma invano, finché, disperato, si lasciò annegare nello stagno.
Insomma, il mito ci dice che Narciso nel conoscere se stesso, non aveva però saputo riconoscere la sua vanità e la sua superbia, e che non amando solo se stesso, aveva negato la realtà degli altri. Contemplare il nostro doppio nello specchio serve quindi a svelare la parte più segreta di noi stessi, le nostre virtù e le nostre pecche, ma serve pure a ricordarci che la giovinezza e la bellezza sono doni effimeri, mentre i veri valori dell’esistenza sono da ricercare in un riflesso, nella vita reale.
Una volta era credenza popolare che quando una persona passava a miglior vita, la sua anima vagasse per l’abitazione fino al suo funerale così, dal momento che gli specchi cristallizzano e trattengono lo spirito in partenza, i parenti dovevano capovolgerli per non far rimanere il defunto imprigionato innaturalmente nel nostro mondo, ma anche affinché nessun vivo potesse esservi riflesso, per evitare che la sua anima fosse portata via dal morto nel momento della sua dipartita.
Un’altra tradizione popolare sostiene che uno specchio luminoso simboleggia la felicità coniugale, mentre uno rotto la separazione o una calamità che dura sette anni; e segno di sventura sono anche gli specchi scuri che non riflettono l’immagine.
Bisogna quindi proprio ammettere che lo specchio è veramente un oggetto magico: non riflette la realtà, ma un’immagine virtuale, ed anche un mondo capovolto, dove la sinistra e la destra si scambiano; e a proposito di questo suo stravagante potere, merita di essere raccontata la ballata de “La dama di Shalott” del poeta romantico inglese Alfred Tennyson, che ispirò i preraffaelliti William Holman Hunt e John Willian Waterhouse. Rinchiusa in una torre a causa di una misteriosa maledizione, e condannata a tessere un arazzo senza mai poter volgere lo sguardo sulla vita reale che scorreva fuori dalla finestra se non attraverso il riflesso di uno specchio appeso al muro, la dama di Shalott, un giorno vi vide l’immagine di Lancillotto avvolto nella sua scintillante armatura e se ne innamorò all’istante.
Immediatamente si voltò verso la finestra e ciò provocò l’istantanea rottura dello specchio e l’avverarsi del maligno sortilegio. Scese comunque repentina le scale della torre e salì sopra una barca trasportata dalla corrente che la condusse lentamente verso Camelot. Ma la bella dama giunse nella città di Artù ormai in fin di vita, sfinita dalla passione, e quando Lancillotto, insieme ai compagni d’armi, incuriosito si recò al fiume per vedere quella sconosciuta moribonda e seppe del suo amore per lui, la biasimò e l’abbandonò, indifferente al suo tragico destino. Questa triste storia, che Tennyson rielaborò da “Il novellino”, un testo anonimo della letteratura duecentesca italiana, è la metafora dell’esistenza tipica dell’artista, che è una persona cui non è consentito vivere come gli altri a causa della particolare sensibilità che ne caratterizza l’animo e il modo di sentire la vita, e per questo il suo destino è diverso da quello dei comuni mortali che vivono ancorati alla realtà.
E il magico specchio della torre cosa simboleggia? Altro non è che il diaframma tra le due dimensioni conoscitive: il mondo dell’apparenza e quello reale, del quale quello dell’apparenza è solo l’evanescente riflesso; infatti, la sua frantumazione ha causato la rottura di quel falso equilibrio in cui viveva la dolce dama e l’ha condotta verso la tragedia.
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Luciana Benotto



















