Un’autentica babele di oggetti artistici di tutti i paesi e di tutte le epoche affolla il Vittoriale degli Italiani, la sfarzosa residenza che Gabriele D’Annunzio creò a Gardone Riviera, secondo il suo personalissimo stile, per vivere magnificamente come un principe Rinascimentale.
Il Vate, dopo la Prima guerra mondiale e l’impresa di Fiume conclusasi il 18 gennaio del 1921, aveva bisogno di un luogo dove rifugiarsi dopo tanto protagonismo. Già il 28 di quel mese seppe dal suo informatore Tom Antogini, della possibilità di affittare una certa villa Cargnacco a Gardone, sul lago di Garda. Si trattava di un’abitazione confiscata ad un tedesco che aveva sposato la figlia di Cosima Liszt; costui, in seguito ad un decreto del ’18, era stato costretto ad abbandonare la residenza lasciando seimila libri, mobili pregiati e quadri.
D’Annunzio rimase affascinato da quella villa rustica ricca di cimeli, adagiata nel verde della collina, alla quale si accedeva da un viale di rose, tanto che l’affittò per qualche settimana, il tempo per finire la stesura de “Il Notturno”. Ma già due mesi più tardi decise di acquistarla per la cifra di 130.000 lire, e iniziò a trasformarla nel lussuoso e stravagante Vittoriale. “Chiedo a te l’ossatura architettonica, ma mi riserbo l’addobbo” aveva detto all’architetto Gian Carlo Maroni, che diventerà presto “Gian Caro” o “Gian Carnefice” a seconda delle sue pretese; e così, per pagarsi le enormi spese nel 1923 donò il Vittoriale, ancora in embrione, allo Stato, in cambio delle risorse economiche per realizzare il suo progetto di farne un monumento nazionale da lasciare ai posteri. “Io ho quel che ho donato” è infatti, il motto all’ingresso del complesso.
Grazie ai fondi statali i sogni si realizzarono. Nacquero nuovi ambienti denominati con nomi estrosi e ricercati: la stanza del Monco, del Giglio, del Mascheraio, del Mappamondo, della Musica, del Lebbroso, della Cheli, dedicata alla sua enorme tartaruga defunta. E così come i locali sono definiti in modo bizzarro, anche le piazzette, le logge, i giardini di questo microcosmo disseminato di cimeli di guerra, assumono nomi particolari. Copie di calchi antichi arredano gli ambienti: l’Ermete di Prassitele, il Prigione di Michelangelo, la Nike di Samotrace; mentre il teatro all’aperto ricorda quello di Pompei e la facciata della Prioria il medioevale palazzo del Podestà di Arezzo.
Dell’originaria Villa Cargnacco rimase ben poco; furono infatti create oltre alla Prioria, l’ala di Schifamondo, il Mausoleo, il laghetto delle danze, l’Arengo, la piazzetta Dalmata e i loggiati, il giardino con arenata la nave Puglia, il cimitero dove riposano i suoi adorati cani alani e danesi, battezzati con nomi che cominciano per D: Damissa, Danzetta, Dannaggio… così come ribattezzò gli abitanti della sua piccola corte: Aracne sua sorella Alide, suor Intingola la cuoca, Dante l’ex gondoliere diventato suo maggiordomo. Il Vate trascorse al Vittoriale gli ultimi diciassette anni della sua vita uscendo di rado, ma ricevendo molto. Quando morì era seduto allo scrittoio della Zambracca, tra calchi di Fidia, bronzi di divinità orientali e la testa dorata di Aurora di Michelangelo.
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A cura di Luciana Benotto

















