Ahia, oggi farò arrabbiare animalisti e vegani…
Premessa fondamentale: se c’è una cosa che odio in assoluto è la pessima informazione, altrimenti non mi sarei neanche impegnata in questa rubrica.
Fine premessa: la scorsa settimana ho accennato al fatto di essere passata all’eco-bio principalmente per il desiderio di utilizzare prodotti cruelty-free, ossia non testati su animali.
E non sono l’unica visto che, dati alla mano di Cosmetica Italia, oltre il 30% dei consumatori attenti al biologico tende a orientarsi su prodotti non testati.
Peccato che attorno a questa scelta ci siano tante (troppe) informazioni del tutto scorrette e è bene saperlo.
Ecco perché ho deciso di affrontare un tema molto delicato e so già che molti vegani e animalisti (per la cronaca sono animalista anch’io) mi odieranno, ma bisogna sempre far riferimento alla normativa e non a ben altro.
E logicamente non sarà un discorso semplice, ma necessario.
Vi parlerò quindi del famoso coniglietto presente su alcune confezioni di cosmetici, che potrebbe orientarvi negli acquisti, ma che non può essere una discriminate nella scelta di cosmetici.
Questo perchè non esiste al mondo nessun prodotto che possa essere definito tecnicamente come cruelty-free.
Piuttosto è corretto affermare che esistono cosmetici che possono essere definiti formalmente cruelty-free.
Parto ovviamente dalla normativa europea di riferimento, questo perché extra UE le leggi in materia sono molto più arretrate delle nostre (strano ma vero), tanto per dirne una solo recentemente la California (ma non gli altri stati USA) ha vietato i test su animali però a partire dal 2020.
In sintesi, l’evoluzione della normativa europea è stata la seguente: dal 1976 i test su animali per prodotti cosmetici sono diventati obbligatori, dal 2004 sono stati vietati tutti i test su animali sul prodotto finito (es. rossetto, bagnoschiuma) nonché la commercializzazione e importazione dei prodotti testati anche fuori Europa, dal 2009 sono stati vietati molti test sugli ingredienti cosmetici, anche eseguiti extra UE (ad eccezione dei test relativi alla tossicità da uso ripetuto, alla tossicità riproduttiva ed alla tossicocinetica, in assenza di test in vitro alternativi), e finalmente dal 11 marzo 2013 è stato introdotto il divieto assoluto di test su animali per gli ingredienti utilizzati per la produzione di cosmetici (compresi quelli ancora ammessi dalla normativa del 2009).
Riassumendo, in Europa sono vietati i test sia sui prodotti finiti che sugli ingredienti cosmetici, anche effettuati extra UE, ma ovviamente i test eseguiti prima di tale data rimangono validi.
Ciò però non significa che possano essere immessi in commercio prodotti pericolosi per la salute umana, ma semplicemente che prima della commercializzazione vengono eseguiti test in vitro.
Tranquilli quindi che in nessun caso sarà mai regolarmente commercializzato (sull’importato “non si sa come” non posso dare garanzie purtroppo) un nuovo ingrediente testato con metodi alternativi qualora non si siano ottenuti dati sufficienti ad attestarne la sicurezza.
Quello che è invece veramente interessante per noi consumatori è il cosiddetto marketing ban ossia il divieto assoluto di commercializzare e importare prodotti cosmetici i cui ingredienti siano stati oggetto di sperimentazione animale dopo il 2013.
Logicamente però i cosmetici e gli ingredienti testati su animali prima del 2013 possono essere oggi tranquillamente venduti senza che ciò sia precisato in alcun modo, visto che la normativa lo permette.
E già qui il concetto di cruelty-free vacilla.
Senza contare la cosa più importante: anche in Europa è possibile utilizzare ingredienti testati su animali in settori diversi da quello cosmetico, ad esempio il farmaceutico, senza obbligo di indicarlo in etichetta (sigh).
E siamo a due.
Senza contare che per assurdo, laddove questi ingredienti dovessero essere utilizzati in ambito cosmetico, dovranno essere ri-testati in vitro, con dispendio di soldi e energie.
C’è poi da considerare che extra UE le aziende cosmetiche hanno carta bianca in materia e possono testare come vogliono (ma ovviamente non vendere questi prodotti in Europa).
Occhio quindi quando comprate in internet da paesi extra UE importando come privati un prodotto (generalmente dagli USA perché hanno cosmetici che da noi non si trovano), perché non avrete la garanzia di comprare solo prodotti non testati, tranne che sia espressamente scritto ed alcune marche lo fanno tranquillamente.
Anche se c’è da dire che in ambito cosmetico (purtroppo non è così nel settore della ricerca scientifica, mannaggia) i test tendono ad essere effettuati in vitro, perché meno costosi, ma non ovunque è così.
A questo punto, chiarita la normativa cosmetica, si passa alle bufale.
Qualora vi capitasse di incappate in qualcuno che parli di ingredienti facenti parte della cosiddetta positive list (di solito sono gli animalisti che sostengono questa tesi) vi dico subito che potete smettere di ascoltare.
Per positive list si intende infatti l’elenco degli ingredienti utilizzati in cosmesi prima dell’entrata in vigore dell’obbligo di sperimentazione animale per i cosmetici (1976) e si ritiene erroneamente che siano cruelty-free.
Sì ciao, non è detto che tali ingredienti non siano stati mai testati su animali prima del ’76, non a caso nessuna azienda al mondo può escluderlo o certificarlo.
E sempre qualcuno cercherà di parlarvi dello standard internazionale “Non testato sugli animali” (badate bene non c’è scritto Cruelty-free semplicemente perché non possono farlo visto che non possono garantirlo) e del cosiddetto controllo della filiera da parte delle Aziende cosmetiche.
Ma come dicevo, nessun cosmetico può definirsi tecnicamente cruelty-free perché prima del 2009 i test su animali non solo erano ammessi, ma addirittura obbligatori.
Piuttosto possiamo dire che alcune aziende, prima del 2009, hanno scelto di non incoraggiare la sperimentazione animale preventiva (=prima di introdurre sul mercato un prodotto) attraverso l’adesione allo Standard Internazionale “Non testato su animali”.
In buona sostanza, aderendo allo standard, queste aziende cosmetiche si sono impegnate ad assicurare che i loro prodotti e gli ingredienti utilizzati non siano stati testati (neppure dai loro fornitori o da terzi) a partire da un certo anno scelto dalla stessa azienda, chiamato fixed cut-off date.
Capirete bene che l’adesione a questo standard è notevolmente importante extra UE, dove non vige il divieto di sperimentazione animale, mentre in UE ha poco senso perché si riferisce alle sole aziende che utilizzano ingredienti non testati in ambito diverso dal cosmetico.
Peccato però che si tratti per lo più di un’autocertificazione e che poche aziende affidino la verifica di tali requisiti a soggetti terzi (in Italia la verifica è di ICEA per LAV).
A questo punto mi chiederete “ma il famoso coniglietto sulle confezioni (o diciture analoghe tipo non testato su animali o stop ai test su animali) a che serve”? Facile: a molto poco!
Innanzitutto, i test in Europa sono vietati in assoluto (anche quelli effettuati dai fornitori), quindi è del tutto inutile assicurare il rispetto di un regolamento vincolante per attirare l’attenzione dei consumatori.
Seconda precisazione: il regolamento europeo precisa che la dicitura “non testato sugli animali” può essere riportata solo se il produttore è in grado di dimostrare di non aver mai “effettuato o commissionato sperimentazioni animali sul prodotto cosmetico finito, sul suo prototipo, né su alcun suo ingrediente e che non abbiano usato ingredienti sottoposti da terzi a sperimentazioni animali al fine di ottenere nuovi prodotti cosmetici”.
Il che è praticamente impossibile.
Tanto che in Italia qualche anno fa una nota azienda cosmetica diffusa nella GdO (basta cercare su Google) è stata condannata per pubblicità ingannevole (i cosiddetti claim) per aver proposto i propri prodotti come non testati su animali (e quindi acchiappa like).
A questo punto, il “leaping bunny” (coniglietto che salta circondato da alcune stelline) che vedete sulle confezioni significa semplicemente che l’azienda ha aderito, da una certa data in poi, allo standard internazionale, ossia che si è impegnata a non incentivare la sperimentazione animale.
Null’altro.
Ciò vuol dire che questo simbolo non deve in alcun modo farvi privilegiare un prodotto rispetto a un altro, e soprattutto che non rappresenta un surplus rispetto ad altre aziende europee, perchè il divieto vale per tutte.
Ne consegue che la famosa lista LAV di aziende cruelty-free è assolutamente riduttiva e non significativa. Tradotto: non essere presenti in questa lista non significa testare, anche se questo tipo di informazione circola ormai da tempo negli ambienti animalisti, facendomi arrabbiare e non poco.
Per riassumere il coniglietto serve a fornire informazioni sull’azienda sul mercato extraeuropeo.
Mentre riportare in etichetta la dicitura “non testato su animali” non è corretto e può essere considerato pubblicità ingannevole con relativa condanna. Piuttosto se desiderate veramente scegliere aziende che non testano su animali in alcun modo, io consulterei la Black list (sul sito PETA). Questa lista ci permette infatti di scoprire quali multinazionali ed aziende testano extra UE od addirittura commercializzano in paesi in cui la sperimentazione è obbligatoria per legge (vedi la Cina). Tanto più che le aziende possono benissimo vendere extra UE o addirittura in Cina, dove i test sono obbligatori (e ci sono casi eclatanti di marche che conoscete benissimo e anche qui su Google è un attimo), prodotti testati diversi da quelli presenti sul mercato europeo (basta cambiare la formulazione anche di poco).
Ecco perché alcune volte fuori Europa si trovano prodotti diversi da quelli europei della stessa azienda. Così come esistono aziende che non testano extra UE ma che appartengono a multinazionali che testano eccome fuori Europa.
E credetemi ne vedrete veramente delle belle a consultare la Back list e mi fermo qui.
Personalmente ho escluso dai miei acquisti tutte queste aziende e multinazionali (anche nella detergenza), semplicemente perché ritengo poco coerente per un’azienda non testare in Europa ma farlo altrove.
Nel caso voleste approfondire vi consiglio l’articolo “Cosmetico certificato come non testato su animali: bufala o buone intenzioni?” del cosmetologo Rodolfo Baraldini (mica uno qualunque) sul sito nononsensecosmethic.org. NdR per assurdo il coniglietto non esclude in alcun modo l’utilizzo di ingredienti di origine animale (tipo la cera d’api o la lanolina) tanto cari ai vegan ok (o di sintesi), quindi prestate attenzione non tanto al disegnino ma all’INCI.
Per la cronaca sono ingredienti d’origine animale nei cosmetici: grassi animali, olii animali, gelatina animale, acido stearico, glicerina, collagene, placenta, ambra grigia, muschio di origine animale, zibetto, castoreo, latte, panna, siero di latte, uova, lanolina, miele, cera d’api.
Infine, il logo vegan ok ha scarsa importanza perché tutti gli ingredienti cosmetici, chi più chi meno, danneggiano i microorganismi acquatici, quindi non possono essere considerati del tutto innocui per gli animali come si potrebbe pensare.
Cristina Garavaglia