Il fascino della fama letteraria

Torna la rubrica culturale a cura di Luciana Benotto

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Chi scrive poesie e/o romanzi, solitamente lo fa per trovare o ritrovare se stesso (magari su consiglio di uno psicologo come usa negli Usa), lo fa perché ha qualcosa da dire, lo fa perché vuole che una certa esperienza non vada perduta; insomma, i motivi sono vari, ma indipendentemente da ciò, tutti sperano che le loro parole in versi o in prosa gli donino almeno un pizzico di riconoscimento dei lettori, e alcuni più ambizioni sognano addirittura la fama con la effe maiuscola, quella Fama che nel mondo classico era nientemeno che una dea alata dotata di una tromba e di una palma d’alloro. E se essa non dovesse venire in vita? Che venga almeno post mortem, così come scrisse Foscolo nella chiusa del sonetto “Autoritratto”: Morte, tu mi darai fama e riposo.

Avere questo riconoscimento non è da tutti perché si sa che ieri come oggi, per farcela, bisogna avere fortuna e, soprattutto, conoscere qualcuno che possa dare una mano. A tal proposito affrontò l’argomento il più importante scrittore svedese vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900, ovvero August Strinberg, il quale, con la sua penna graffiante, ne parlò nel suo primo e satirico romanzo “La stanza rossa”, che scrisse trentenne in appena sei mesi. Riporto uno stralcio del testo, perché può di certo interessare gli aspiranti autori per il modo spregiudicato con lo cui racconta.

Arved Falk voleva incominciare subito dal potente Smith…voleva incominciare da quel temuto dalle mille braccia il quale poteva fare uno scrittore in dodici mesi, anche se la stoffa non era della migliore qualità. Si conosceva il suo metodo, ma nessuno osava valersene perché era necessaria, per questo, una dose di spudoratezza senza paragone. Lo scrittore di cui egli si occupava era certissimo di conquistarsi un nome, e perciò Smith era assediato dagli scrittori senza nome. Per fare intendere come niente potesse resistergli e come egli fosse veramente capace di mandare avanti chi voleva, infischiandosene del pubblico e della critica, si raccontava spesso questo episodio.

Il giovanetto, che ancora non aveva scritto nulla, aveva messo insieme un brutto romanzo e l’aveva portato a Smith. Per caso piacque a Smith il primo capitolo – egli non leggeva mai oltre il primo capitolo – ed egli decretò che il mondo dovesse salutare un nuovo scrittore. Il libro venne fuori. Sul verso della copertina si leggeva: “Sangue e spada, Romanzo di Gustavo Sjöholm: Quest’opera del giovane e promettentissimo scrittore, il cui nome è conosciuto e apprezzato, da molto tempo, in una vasta cerchia di lettori…ecc. ecc… La profondità nel tratteggio dei caratteri… la chiarezza…la vigoria… deve essere raccomandato vivamente ai nostri lettori di romanzi”.

… In conclusione: dopo otto mesi, Gustavo Sjöholm era effettivamente un nome. E il pubblico, s’intende, non poteva farci nulla. Dovette accettarlo.

Chi sono oggidì i signori Smith? Di certo più d’uno, e sono certa che chi sta tentando o ha già tentato la strada della scrittura, conosce la risposta. Insomma, Strindberg ebbe un bel coraggio a mettere nero su bianco come stavano le cose.

Anche Dante accennò della fama nell’XI canto del Purgatorio, parlando di miniatori, pittori e naturalmente di scrittori. Dicendo che la fama non è nulla di fronte al trascorrere del tempo e che gli uomini sono destinati a essere dimenticati, tanto che un nuovo artista scaccia sempre la fama di chi lo ha preceduto:

Credette Cimabue ne la pittura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sì che la fama di colui è scura:

così ha tolto l’uno a l’altro Guido
la gloria de la lingua; e forse è nato
chi l’uno e l’altro caccerà del nido.

Insomma, così come Guido Cavalcanti (il poeta amico dell’Alighieri) ha oscurato Guido Guinizzelli (precursore della scuola stilnovista), ora lo stesso Dante (con un pizzico di superbia) prevede che lui medesimo prenderà il loro posto, e visto che è divenuto il padre della nostra lingua, non sbagliò la sua previsione.

E sempre a proposito della fama, viene in mente un altro autore: Dino Buzzati. Ne Il deserto dei tartari, romanzo metafora della fuga del tempo, egli narra la vita del tenente Giovanni Drogo e quella dei soldati nella remota fortezza Bastiani, vita che scorre nell’attesa dell’arrivo dei Tartari, il cui attacco darebbe un senso alla loro vuota esistenza fatta di rigidi regolamenti, guardie, lettere che arrivano occasionalmente da luoghi civilizzati… mentre giorni, mesi e anni scorrono inesorabili. Buzzati, in un’intervista raccontò che per scrivere il suo romanzo, si era ispirato alla redazione del Corriere della Sera dove lavorava; infatti, il presidio militare era proprio la redazione e i suoi colleghi erano i militari della fortezza che sognavano un poco di fama che sarebbe potuta arrivare, magari grazie ad uno scoop o a un servizio giornalistico fortunato. E invece vivevano nella grigia routine.

Naturalmente tutto ciò era ed è scoraggiante per chi non può fare a meno di scrivere, soprattutto (a mio avviso), per quelle ottime penne che non riescono a farsi conoscere, mentre come affermava Strindberg: Il giovanetto, che ancora non aveva scritto nulla, …dopo otto mesi, …era effettivamente un nome.
Cosa fare allora? Prima di tutto non desistere perché verseggiare e raccontare è un piacere irrinunciabile, poi continuare a cercare le occasioni, magari in compagnia di Spes, ovvero della Speranza, l’ultima dea dell’Olimpo che porta sempre con sé un fiore, e che è amica della mutevole Fortuna che, come racconta Torquato Tasso nel canto XV della Gerusalemme Liberata, mentre funge da nocchiero di una magica imbarcazione in viaggio verso le isole Fortunate, indossa una gonna particolare che muta continuamente prendendo mille colori diversi, così che ogni uomo la vede sempre diversa da come era prima per quante volte si giri a guardarla:

La sua gonna or azzurra ed or vermiglia
Diresti, e si colora in mille guise.
Sì ch’uom sempre diversa a sé la vede
Quantunque volte a riguardarla riede.

Insomma, la ruota della sua gonna gira, e la Fortuna va e viene, ma quando ella ci appare, bisogna fare quello che suggeriva Ludovico Ariosto nel suo Orlando furioso, ovvero: affrettarsi a prenderla per i capelli che ha solo sulla fronte, visto che dietro è calva, ad indicare che una volta passata è poi impossibile riprenderla.

Luciana Benotto

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