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Il Cavalletto, romanzo breve di Ivan D’Agostini- La Pierina

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Sapeva, però, la Pierina, quelle cose che a noi si sarebbero svelate solo molto tempo dopo e solo dopo che la ruggine avrebbe ammantato la chioderia del tetto lasciata fuori; e temeva, immagino, forse, che qualcuno avrebbe colto l’attimo della possibilità, non per speculare, ma per  fondersi con quel luogo. Temeva, credo, un omologo di se stessa.

Sapeva la Pierina che lì la Luna ha una luce e un gusto particolare; sapeva la Pierina che lì, le ortiche pungono solo chi non sa coglierle; sapeva la Pierina che si poteva fare la pipì all’in piedi senza bagnarsi le scarpe o le gambe (una pratica alla quale lei ricorreva spesso, tutta natura sosteneva). Viveva con la natura e non si doleva del fatto che in giro potesse esserci qualcosa che lei, finito l’uso, avrebbe gettato. Abbiamo raccolto e ancora ci sono, decine e decine di vasetti di medicinali, di liquori, di strane vettovaglie ammaccate, frantumate, semidistrutte che la Pierina, e di certo non solo lei, ha gettato negli anni nella scarpata appena sul fianco della strada che porta al cortile comune; immagino che non abbia mai scaraventato le cose con l’intento di disfarsene perché fastidiose, semmai le ha depositate nel mondo poiché logore alla sua esistenza. Impensabile per lei un concetto di ecologia e di riuso, quel poco che dalla città proveniva, gettato nel crinale, sarebbe, prima o poi, finito con l’arrivare in città, e in città sarebbe forse rinato (quante cose oggi la nostra vicina Niko ha raccolto con pazienza e attenzione e le ha portate, a nuova vita. Chissà mai perché quel genio di Musil mi torna sempre alla mente, lui e quell’uomo senza qualità e le stesse cose che ritornano, che emergono dal passato non come fantasmi ma come muse ispiratrici).

La Pierina era un genio, il genius loci del luogo; a suo modo era e rappresentava il baluardo, la strenua difesa per il passato che rischiava di essere cancellato, sopraffatto, dal nuovo che avanza e, a ben vedere troppo spesso il nuovo cancella il passato: è stato così per Troia con quell’arguto uomo di Heinrich Schlieman che ha portato alla luce i nove strati della città. Chissà se capiterà anche qui questo; di certo noi non saremo qui ad assistere.

Ma forse gli strati sono dentro e fuori di noi. Emerge, ora, in quest’angolo di tempo, lo strato permeabile di quella minuta donna, quello strato che allora era coperto di argilla, quella terra che traspirava dal basso, materia prima di quelle colline, quel terreno arido, povero, senza ma e senza se, che avrebbe potuto accogliere solo una coltura tenace e resistente come la vite, che se ne sta bene in quei miscugli che si seccano e si spaccano al sole e che diventano palta e motta all’acqua dell’inverno e della primavera,  e che non hanno altro nutrimento che la poca acqua che cade nella primavera e che l’ombra, sui grappoli in fiore, la fanno solo le grandi foglie, quelle grandi foglie che si piegano al sole e che cadono nell’autunno precoce, per lasciar posto al grappolo che matura nel tardo sole.

Lei aveva cognizione di tutto ciò e in parte è persino riuscita a trasmetterla alla sua progenie, e non solo, immagino, a quella diretta.

Me la vedo ancora, a volte, di sera quando, errabondo sulla strada che porta alla città, quel biancume che risplende alla luce del sole, quell’argilla che mostra la sua struttura e che si palesa alla luce della Luna che, imperturbabile, illumina tutto e tutti, non la vedo con gli occhi, la scorgo con la mente e non ho timore che ella si possa, una sera, davvero palesare, le direi: “Buonasera Pierina, si ricorda chi sono? Non tema! La sua vecchia casa l’abbiamo ripristinata e messa in ordine e quelle feste che tanto hanno arredato i viali del tempo della sua giovinezza, le abbiamo mantenute: prima io e la Lì e ora i nostri figli.” Immagino mi sorriderebbe festante, mostrandomi fiera la sua sdentata bocca e dal fondo degli occhi, forse sarebbe spuntata anche una lacrima, si sarebbe girata e, con quell’aria un po’ sovrana, sarebbe riandata nel suo tempo, che è un tempo a noi ora ignoto nel presente ma che, un giorno, certamente vivremo.

La scorgo da dietro, scivola lenta dopo la curva che porta a Case Varesi. La strada è stretta, ardua da percorre con i mezzi, comoda per le gambe, il tratto è in leggera salita, solo in un punto è alquanto faticoso, ma dura poco, la fatica si intende. Lei è sempre un passo dinnanzi a me. Da dietro scorgo la conocchia dei capelli raccolti dietro la nuca, un poco il foulard copre la nuca magra, il bastone, sul quale il palmo asciutto della mano destra, spinge per la fatica di sorreggere un corpo esile e aereo. Uno dietro l’altro, i passi si alternano ai suoi pensieri, forse è solo un immagine, un  residuo dei ricordi, alla Ca’ del Diavolo si arriva anche da qui, e il bosco accompagna i passi e ne traduce la cantilena.

Ivan D’Agostini

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