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Il Cavalletto, romanzo breve di Ivan D’Agostini- Capitolo 10, Sentimenti

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Dunque.

Dunque, un giorno, uno di quelli che avevo discusso a lungo con la mia fanciulla e, si sa, nei matrimoni la discussione è l’anima della completezza e dell’equilibrio che, come ebbi già a dire, non è rappresentato dalla staticità dei corpi, bensì dal loro continuo spostamento sui vari assi, alla ricerca del punto di stabilità finale, mi capitò in mano un librino strano, uno di quelli che vengono regalati con i quotidiani d’estate, giusto per invogliare i distratti alla lettura, all’approfondimento delle cose che si vivono e in quelle a vivere. La copertina, rosso sbiadita, era in parte abrasa,  non ricordavo né chi né quando qualcuno di noi l’avesse comprato e dove, mi incuriosì il titolo che, invece, si leggeva chiaramente: “Quella bella bionda della mia intima amica”, quarantaquattro pagine, come quella canzone dei gattini di un vecchio Zecchino d’oro, che iniziavano così:

“Vorrei baciarti nei tuoi più segreti anfratti e tenere per me il tuo profumo per le notti intere che dovrò passare senza di te”. Una frase certamente forte e prepotente, che mi apriva alle doglie di quell’uomo che, scoprii in seguito, soffriva per le sue donne, pene immense d’amore.

Mi sedetti sulla panca di legno che avevo costruito qualche anno prima, lavorando sulla possibilità di ottenere il giusto equilibrio e aderenza senza l’ausilio di chiodi o viti ma contando solo sulla presenza di delicati e gentili incastri (forse un prodromo della metafora che sto imbastendo?), che avrebbero consentito il drenaggio dell’acqua piovana, che avrebbe coinvolto , inesorabilmente, durante il tempo che l’oggetto avrebbe trascorso all’esterno, il mio manufatto senza la brutale aggressione di chiodi o viti che si sarebbero, al contrario, inseriti nella carne di legno, in parte massacrandola, e depauperandola dalla cortina protettiva dell’immacolata superficie, e dunque, incuriosito e ammaliato dalla passione trasudante di quelle parole vergate con brutalità innata, inizia a leggere, godendo dell’esterno e cullato dal una dolce brezza che a tratti si intersecava con le nuvole dei fumi dei miei toscani.

Sono seduto sul sedile della mia bella auto, che sta sfrecciando veloce verso casa, quella casa che mi accoglie da anni e dentro quelle mura, variopinte, eleganti e discrete al tempo stesso, dormono, di un sonno tranquillo, i miei amori. Già, i miei amori, che sono tanti, come quello, improvviso e irruento che sta, ora calmo, accanto a me. Ho appena fatto all’amore, sesso sfrenato dice lei, un nome che suona strano, mai capito sino in fondo che stento a dire pure a me stesso, ma che mi ha preso l’anima e il senno e che finirò per perdere se non ne vengo a capo.

A tratti apre gli occhi, quegli occhi grandi e infiniti che mi hanno fatto perdere notti e notti, mi guarda, chiede un bacio leggero e, allora accosto l’auto, chiede un luogo un po’ oscuro, ha ancora voglia di me. Concedo alla femmina il mio ardore, irrefrenabili le sue moine catturano la mia mente. Riporto me stesso all’ordine a cui debbo o dovrei appartenere. Mi rivesto, più per decenza che per necessità vera. Lei, mi guarda sempre, torno a premere le mie labbra sulle sue. Ssono stanco ora e dobbiamo ritornare, abbiamo una famiglia che ci attende”. Annuisce e approva.

Così i nostri giorni, questi ultimi, che ci vedono protagonisti di un amore clandestino, ore e minuti rubati al giorno che capitola, ogni volta, per rinascere, come fosse la fenice, consequenzialità che fatichiamo tutt’ora a capire e a comprendere.

Non so neppure io come possa essere successo. Cerco, nella mente, di rimettere in sequenza i ricordi, mi si presentano solo i suoi capelli, il suo viso, le sue labbra scarlatte, i suoi occhi azzurri e i capelli biondo cenere. “Ti ammalerai sui quei peli!”, avevano sentenziato i miei amici intimi, e che avrebbero avuto ragione, già lo sapevo prima ancora di cominciare.

E’ un gennaio freddo, di quelli che ti tengono ancorato alle mura che emanano caldo, si fa fatica a stare fuori, viviamo in un ambiente malsano, di merda, direbbe qualcuno: caldo torrido d’estate e freddo umido; stancante qui l’estate, che a volte dura solo meno di un mese: “ E’ la pianura”, sentenzia qualche solone improvvisato, una di quelle figure che se ne stanno al bar, a non far nulla, salvo poi uscirne con qualche stronzata. Aforismi senza senso, tautologie spontanee inutili. Sto sorseggiando un caffè, solito bar, siamo in provincia, alle spalle della grande città, la capitale di moda, design, fighe e tanto altro del nostro cazzuto paese; la bella (di una volta) barista, rimasta zitella per via di un indomabile indecisione,  mi corteggia da sempre: “una bel cafferino?”, “certo cara”, ben sapendo che quel “cara” le avrebbe procurato un orgasmo, quietandola per tutta la giornata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mi fa piacere stuzzicarla un po’, certo che penso: “e se poi dovessimo andare oltre?”. L’ho già invitata in studio più volte e lei, beffarda, ha sempre declinato l’invito per impegni o adducendo altro ma, aggiungendo: “Certo che prima o poi devo venire …” con quel verbo che rischia di avere un doppio significato. Sorvolo, altrimenti la schiuma nella tazza si asciuga. Guardo fuori, forse inizierà a nevicare e, diamine, mi ricordo di avere un appuntamento con un consulente. Esco velocemente, nel tragitto dal caffè allo studio, incontro quattro o cinque  pseudo conoscenti:” no amici no party” una pubblicità di anni fa; piego sull’angolo destro della piazza, pensando di scavallare su altri eventuali incontri, incappo, dannazione, su due vecchi clienti che mi fanno un pippotto su alcune esternazioni che ho avuto l’ardire di pubblicare qualche giorno addietro su un giornaletto locale. Non curante, tiro dritto, arrivo di fronte allo studio, la vedo, alta quel giusto, viso tondo, culo meraviglioso, che emerge dal cappottino rosso fuoco che già da solo è una promessa, s’intona con il decolleté della stessa nuance. Si sta guardano in giro, temo che sia lei il mio appuntamento, spero sia lei la mia preda, scoprirò di essere io la sua prossima vittima, una fiera, lei, inconscia del suo ammaliante potere.

Ivan D’Agostini

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