HomeCronacaI "Senza Bar": se la provincia perde il suo palcoscenico

I “Senza Bar”: se la provincia perde il suo palcoscenico

Ci sono luoghi che sulla mappa catastale sono registrati come semplici locali commerciali, ma che nella geografia dell’anima di una comunità rappresentano molto di più.

Sono i porti di terraferma della provincia italiana. I Bar Sport, i circoli ACLI, le “università del paese” dove per decenni si è insegnata la vita in dialetto stretto, tra una briscola e un caffè corretto alle otto del mattino.

Oggi, molti di questi luoghi vivono una stagione di serrande abbassate e promesse mancate. A Cerano, la parabola dello storico bar di paese diventa il simbolo di una mutazione profonda, che un tempo avrebbe ispirato la penna di un romanziere e che oggi riempie di silenzio le piazze.

L’Arnold’s di Happy Days è diventato cemento

C’era una volta il muretto. C’erano le grandi piante che facevano ombra a luglio, offrendo rifugio mentre la birra sul tavolino “sudava” sotto il sole della pianura. Oggi quelle piante non ci sono più, sostituite da una distesa di cemento che d’estate si trasforma in una piastra rovente.

È una metafora spietata della modernità: via il verde, via l’aggregazione libera, dentro il decoro urbano sterile. I giovani che un tempo si mettevano in posa per una foto di gruppo, eleggendo quel bancone a proprio personale Arnold’s di Happy Days, oggi dove sono? La risposta è amara: sono fuori. Esportiamo figli come un tempo si esportava il riso. Eccellenza pura, ma a resa zero per il territorio che li ha cresciuti.

Il paese cambia pelle una volta ogni generazione, e questa volta la mutazione sembra averci lasciato nudi. Ci si ritrova, ironia della sorte, solo ai funerali. Diventano quelle le vere rimpatriate delle superiori, con più abiti scuri, meno capelli e il sapore aspro del tempo che passa. Una sorta di “Dubliners” in salsa locale, uno stile Joyce d’aggregazione dove si torna a casa solo per Natale, Pasqua e per l’ultimo saluto. Per il resto dell’anno, si ha l’impressione di essere diventati comparse nel proprio stesso film.

Sei personaggi in cerca d’autore (dietro al banco)

Nel frattempo, il palazzo del bar resta lì, immobile, in attesa che il tempo faccia il suo corso. Le serrande sono abbassate da anni, i piccioni hanno virtualmente firmato il rogito e sul tetto spunta l’erba: un attico abusivo con vista sulla tangenziale.

Gli annunci di una prossima riapertura si rincorrono da tempo, talmente frequenti da essere sussurrati persino durante la messa di Natale, come un profano «Habemus Bar» che però non porta mai fumo bianco. La piantina dei lavori in corso, esposta con orgoglio su Facebook accanto al prete con il caschetto giallo, è ormai secca. Se ne sono andati tutti: muratori, architetti, clienti.

La verità è che senza ricordi si vive male. Siamo diventati la generazione dei “Senza Bar”. Come cantavano i Dik Dik, ci scopriamo senza luce, senza un centro di gravità. Resta la memoria di quando ci si sedeva sul tubo di ferro dove un tempo si legavano i cavalli – in un perfetto stile Far West padano – a guardare l’asfalto che fa le onde per il caldo.

Su quel muretto si faceva finta di parlare di politica solo per incrociare lo sguardo delle ragazze; si tenevano discussioni da G7 economico o ci si lanciava in storiche litigate per un rigore non dato nel 1994. Era un teatro a cielo aperto. Un incrocio tra il Libro Cuore e I Vitelloni di Fellini. Pirandello puro: Uno, nessuno e centomila. Solo che l’autore, quello dietro al banco, ha chiuso bottega.

Un finale “British” con una promessa

Il finale di questa storia ha il sapore del cinema inglese. Quei film un po’ cupi, dove piove sempre, il pub del quartiere chiude i battenti e il protagonista si accende una sigaretta guardando la saracinesca per poi sussurrare: «Well… that was it». Sì, forse è andata proprio così.

Eppure, sotto la cenere della malinconia, resta la brace dell’ostinazione tipica di questa provincia. C’è un patto non scritto, lanciato da chi oggi vive questo esilio sul divano di casa: se qualcuno decide di riaprire, il primo giro è offerto. Si paga alla romana, s’intende. Sempre se si torna, sempre se torneremo tutti.

Ma a una condizione tassativa per i futuri gestori: rimettete le piante. Perché l’ombra e i ricordi sono le uniche cose che nessuno ci potrà mai portare via.

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