HomeScuolaGiusto leggere le chat dei figli? Parlano pediatri e psichiatri

Giusto leggere le chat dei figli? Parlano pediatri e psichiatri

C’era una volta il diario, spazio inviolabile che l’adolescente riempiva di segreti e confessioni, affidandogli le emozioni più intime, i dubbi e i primi turbamenti. Quelle pagine sono state soppiantate da computer e cellulari, dai social e dalle chat, ma ora come allora al genitore resta lo stesso identico dilemma: leggere o non leggere?

Meglio controllare oppure non sapere? Una scelta ancora più tormentata oggi, nell’era digitale che espone i ragazzi al rischio di incontrare, nelle stanze virtuali, dei pericoli reali. Cosa fare dunque? “Controllare il telefono del figlio è un atteggiamento autoritario e un fallimento della funzione educativa genitoriale”, dice all’Adnkronos Salute Italo Farnetani, ordinario di Pediatria dell’Università Ludes-United Campus of Malta. “Invadere la privacy di un adolescente controllando il suo telefono può avere diverse conseguenze psicologiche”, osserva Giovanna Crespi, segretario della Società italiana di psichiatria forense (Sipf). “I genitori sono di tre tipi”, analizza Farnetani. Da un lato ci sono “i permissivi”, che “non pongono assolutamente limiti ai figli lasciandoli liberi di fare ciò che vogliono”; sul fronte opposto si trovano “gli autoritari”, che “danno direttive e alzano paletti senza discuterli”, e in mezzo ci sono “gli autorevoli. Quelli che con la prole hanno un dialogo, che quando fissano dei limiti li spiegano e li motivano, perché hanno impostato un rapporto per cui fin dall’infanzia i figli hanno con il genitore una reciprocità e un’abitudine a confrontarsi, a domandare e capire. E’ ovvio che il controllo del telefono è un modo di agire autoritario”. In altre parole, spiega l’esperto, “se un genitore sente la necessità di controllare il cellulare del figlio mostra di non avere fiducia in lui, di non poter usare nessun altro modo per entrare in relazione con il ragazzo se non quello di insinuarsi di nascosto nel suo mondo”. “E’ una mancanza di relazione e di comunicazione che viene da lontano, dai primi anni di vita”, precisa il pediatra. “Una distanza che si crea quando il genitore non ha mai saputo entrare in contatto reale, dialogare e perciò educare il figlio motivando e spiegando ciò che gli chiede”. Mentre “il genitore autorevole ha imparato fin da subito a colloquiare con il figlio, ad aiutarlo a crescere attraverso il dialogo, accompagnandolo e offrendogli solidi punti di riferimento, in primis il genitore stesso”, quello “autoritario davanti a un problema pensa di risolverlo con le punizioni, imponendo al figlio divieti e regole rigide da rispettare. Anziché, come farebbe il genitore autorevole, spiegandogli, convincendolo, motivando e correggendo l’errore attraverso una persuasione motivata”. Per Farnetani è questo il modello da perseguire: “Se c’è un problema, andrebbe affrontato insieme in famiglia. Ritrovarsi costretti a invocare aiuti esterni, fino ai casi estremi di ricorso alle forze dell’ordine, mette in discussione la capacità genitoriale di educare e aiutare i figli nella crescita”.

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