Faccia da… pesante. A cura di Max Moletti

"Queste persone non risolvono i problemi veri; li creano. E pesano sul nostro spirito".

Faccia da Christian e la vita spensierata ….tanti auguri a Christian De Sica

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO - "Egregio Direttore, vorrei approfittare dello spazio del Suo giornale per rivolgere i miei auguri – personali e collettivi – a...

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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – Egregio Direttore, in Italia la “pesantezza” non è solo una questione di chili. È un tratto caratteriale, un marchio antropologico: indica quelle persone che, più che convivere con gli altri, li sovraccaricano. Non cattive, per carità, ma capaci di trasformare la quotidianità altrui in un percorso a ostacoli emotivi.

Il “pesante” ha un talento speciale: i suoi problemi diventano automaticamente i tuoi, mentre i tuoi — se esistono — vengono declassati a irrilevanti. È sempre pronto a puntarti addosso la metaforica pistola del rimprovero al primo errore, mentre lui può tranquillamente “far scappare il maiale” senza che nessuno osi farglielo notare.

Anno nuovo, vita vecchia: mogli, parenti, amici, ma soprattutto colleghi pesanti. Creature che nei rari momenti di umanità sembrano quasi normali, salvo poi tornare a depositare ovunque i loro sfoghi, perché — purtroppo — hanno il dono della parola. Nei modi ricordano un gorilla a digiuno, privi di senso critico e fieri della loro totale assenza di empatia.

Tre tratti li definiscono: permalosi, tristi, noiosi. Convivere con loro equivale a una condanna alla tristezza o a un continuo pentimento. Un tempo si sarebbe chiamato il manicomio; oggi, se li sopporti troppo, rischi che il manicomio lo chiamino per te. Santo subito chi resiste al martirio della desolazione umana.

La regola è semplice: frequentarli il meno possibile. Ma non temete: se rientrate tra le loro vittime preferite, vi verranno a cercare. Diventare sordi, muti, ciechi e — quando serve — lepri, è l’unica strategia. E sì, ci rimangono male: non perché comprendono la loro pesantezza, ma perché non hanno finito la loro opera.

Nel mondo del lavoro, per fortuna, esistono strumenti per difendersi: supporto psicologico, segnalazioni, tutela contro le violenze emotive che questi “galantuomini e galantuomine” sanno infliggere. Anche a scuola sarebbe ora di introdurre una vera educazione alla salute mentale: troppi hanno subito in silenzio per una reverenza immotivata.

Mi viene da sorridere quando sento dire che “siamo tutti uguali”: una balla colossale. Vogliamo la pace, ma ci sbraniamo alla prima riunione di condominio. Trattiamo tutti allo stesso modo? Neanche per sogno.

Il pesante diventa devastante quando ha un ruolo di comando. Ricordo una docente che difendeva con fervore i diritti di un ragazzo “diverso”, accusato da un bullo senza prove. Un minuto dopo, la stessa docente negava diritti a un altro allievo, colpevole solo di non avere alcuna particolarità. Nel farle notare l’ipocrisia, scoppiò una lite da tribunale. Ovviamente, la colpa era mia: non avevo compreso la sua personale interpretazione dei diritti umani.

Ecco la parola chiave: problema. Queste persone non risolvono i problemi veri; li creano. E pesano sul nostro spirito.

Oggi, però, abbiamo strumenti per difenderci: scrivere, registrare, chiedere aiuto. La modernità non è solo male. I social, per loro, possono essere un trono o una tomba.

L’importante è non chiudersi e non subire. Perché queste persone non troveranno mai pace: lo specchio è il loro peggior nemico. Come streghe moderne, cercano sempre una Biancaneve da tormentare, ma alla fine soffrono più loro, eternamente insoddisfatti.

La pesantezza nasce nel loro cuore; quando arriva alla testa, resta solo una scelta: scappare o denunciare. La legge e la medicina oggi ci aiutano. Perché è sempre più facile accusare e far vivere male che impegnarsi a fare del bene”.

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