RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Egregio Direttore, Un altro anno è entrato nei libri della nostra memoria – o, più spesso, nei nostri social. Finite le feste, i brindisi e i viaggi, resta appesa solo una calza: carbone o cioccolato? Attenzione però, che qualcuno è pure diabetico.
Passiamo dall’uovo alla colomba e poi direttamente alla prova costume. Tra il lusso e le diete lampo, ci attraversa un pensiero improvviso: chi sta peggio di noi?
Il barbone a Milano, o magari a Novara.
E poi c’è un popolo che non si vede: quello dei “senza mutande”, come si diceva una volta. Ma soprattutto dei senza scarpe. Perché oggi la vera protagonista è la ciabatta, consumata e onnipresente.
Nella mia Cerano ho visto bambini girare senza scarpe – pardon, senza calze – con ciabatte ormai finite. Altri con scarpe tenute insieme dai lacci. Padri e madri con altre priorità, altri pensieri. Non giudico, non posso e non voglio farlo.
Ma una cosa è certa: la scarpa è ancora il nostro biglietto da visita, il segno minimo di rispetto verso noi stessi e verso gli altri.
Ho sempre avuto paura di restare senza scarpe. Oggi, invece, non farebbe più notizia.
Eppure un popolo scalzo, o con scarpe trascurate, è il sintomo di tre condizioni molto serie:
Povertà – non ho i soldi per comprarle.
Priorità diverse – ho spese più importanti e vado avanti così.
Disinteresse totale – bevo, gioco, non mi curo e non rispetto nessuno.
Non ho titoli per fare diagnosi sociali, ma ciò che vedo per strada è un dato empirico.
E quando un minore gira in ciabatte senza calze, non è “tempra”: è un campanello d’allarme. Da ascoltare. Non solo nei boschi, ma nella giungla dei nostri paesi desertificati.
Negli anni ’80 si rubavano le scarpe. Oggi non servono più.
Eppure una scarpa nuova, o almeno curata, racconta ancora la nostra voglia di essere in ordine, di presentarci al mondo con dignità”.
Massimo Moletti


















