RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “C’era un’Italia, quella degli anni Novanta, che non conosceva ancora la bulimia digitale del calcio moderno. Era l’Italia del “13” inseguito sulla schedina, delle radioline incollate all’orecchio e di una televisione che non era solo un elettrodomestico, ma un rito liturgico collettivo. In quel 1990, mentre le “Notti Magiche” di Schillaci facevano sognare i tifosi, un altro gol veniva segnato, ma lontano dai campi di gioco. Il campo era lo studio di Galagol, il pallone era lo sguardo del pubblico e la fuoriclasse assoluta era lei: Alba Parietti.
L’Estate dello Sgabello
Mentre la TV di Stato manteneva il rigore della cronaca, su Tele Montecarlo esplodeva un fenomeno di costume destinato a riscrivere le regole del sex-symbol mediterraneo. Alba, statuaria bellezza piemontese prossima ai trent’anni, divenne la vera vincitrice morale di quel Mondiale. Non era solo una presenza: era un’apparizione. Seduta su quello sgabello diventato leggenda, con le gambe accavallate ad arte, Alba non si limitava a condurre; governava l’immaginario maschile di un’intera nazione.
Oltre l’Estetica: Un’Icona di Personalità
Sarebbe riduttivo, però, fermarsi alla perfezione delle sue linee. La forza di Alba risiedeva nel contrasto: un fisico accattivante e prorompente abbinato a una personalità tagliente, un’intelligenza pronta e un’ironia capace di tenere testa ai giganti del giornalismo sportivo. Fu un fulmine a ciel sereno, un arcobaleno di gioia per milioni di “maschietti” che, improvvisamente, scoprirono che il calcio poteva avere il profumo di una diva.
Il Tramonto del Tubo Catodico
Ricordiamo quegli anni con una nostalgia dolce-amara. Era un’epoca in cui ogni canale offriva una Diva, una bellezza divina che non cambiava la vita, ma la rendeva certamente più luminosa per la durata di una trasmissione. Dalla piscina di Urka con la sua micro-gonna — un capolavoro per gli occhi che ha costretto molti di noi a inforcare gli occhiali per non perdere un dettaglio — fino alle provocazioni cinematografiche di fine decennio, Alba ha incarnato la sensualità naturale e invadente di un’Italia che sapeva ancora sognare.
Non abbiamo alzato la Coppa del Mondo in quell’estate italiana, è vero. Ma abbiamo vinto la visione delle gambe più belle di Torino e di una regina che, dallo sgabello di Galagol, ci ha insegnato cos’era il fascino ai tempi del tubo catodico”.


















