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Da Magenta a Kiev: un paese dove se fai il giornalista ti devi guardare le spalle e se parli del Donbass lo devi fare come vuole il Governo

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“In Ucraina qualsiasi manifestazione, anche quelle apparentemente più tranquille, possono sfociare in violenza. Adesso vedi i poliziotti che scherzano e ridono con i manifestanti, ma basta un secondo e questa scena si può trasformare in un bagno di sangue”. A dirmelo è stato un collega giornalista che ho conosciuto a Kiev nel settembre 2019, quando feci un viaggio in Ucraina.

L’ho conosciuto per caso durante una manifestazione davanti al Palazzo delle Comunicazioni, pieno centro della città. Come ci sono finito in quel posto? Per caso, per puro caso. Così come è stato casuale il viaggio in Ucraina fatto solo per curiosità verso un paese del quale nulla conosciamo se non quel poco per sentito dire dalle numerose badanti e collaboratrici domestiche che vivono da noi. Insieme a due amici della zona, atterrati all’aeroporto di Kiev Boryspil la poliziotta sorride alla nostra risposta di trovarci nel suo paese in vacanza.

“In vacanza qui in Ucraina? Ma ne siete sicuri?”. L’apparenza era quella di una città che voleva, a tutti i costi somigliare alle grandi capitali nordamericane. Le spiagge del fiume Dnepr colme di bagnanti, i ragazzi con l’acquascooter o che si divertivano a fare bunjee jumping dal ponte, le belle ragazze intente a farsi i selfie, gli skateboard, il concerto allo stadio Olimpico. Ma era solo apparenza. Non c’è voluto molto per rendersi conto che la realtà era ben differente e parla di un paese allo stremo. Dalle enormi potenzialità, ricco di cultura e con i giovani preparati, ma con la popolazione sfiancata da una guerra che anche in quel periodo era in corso nel silenzio totale. E allora giri l’angolo (nel vero senso della parola) e ti imbatti in una delle tante manifestazioni di protesta. È lì che ho visto striscioni e poliziotti schierati in tenuta anti sommossa. È lì che ho inquadrato un gruppetto di colleghi. Era ovvio che fossi spinto dalla curiosità e mi sono avvicinato a chiedere cosa stesse succedendo. In un inglese non certo perfetto, ma sufficiente per capire, mi dicono che protestavano perché il Governo voleva chiudere NewsOne TV, una televisione locale parecchio seguita in Ucraina. Ovvio che l’argomento mi interessava e parecchio.

I miei due amici mi lasciano, ma io resto. Per quello che mi è possibile fare indago e scopro che in Ucraina la libertà di parola esiste solo sulla carta. Tensioni continue, veri e propri attacchi terroristici alle sedi dei media locali, aggressioni e uccisioni. Soltanto pochi mesi prima un lancio di granate venne indirizzato alla redazione di un’altra televisione locale. Un vero e proprio attentato terroristico. Le indagini su tutto questo non hanno mai portato a nulla. Ma c’è una cosa che mi torna in mente oggi, giorni in cui i venti di guerra spirano sempre più forti. I giornalisti di quell’emittente che volevano chiudere mi dissero che il loro canale fu costretto a cancellare il primo collegamento televisivo tra Ucraina e Federazione Russa a causa delle ripetute minacce delle organizzazioni radicali di estrema destra. “Un collegamento nel quale avremmo discusso di questioni che riguardano la gente comune e che non voleva assolutamente toccare la politica – dissero – Senza mai mettere in dubbio l’integrità territoriale dell’Ucraina”. Insomma, ai governanti non piaceva per nulla che si toccassero certi argomenti. Tradotto: se ne parli lo devi fare come vogliamo noi, altrimenti stai zitto. Da alcuni anni scrivo anche per una rivista che si occupa del monitoraggio dei diritti umani nel mondo. Quel giorno scoprii che non bisogna prendere per certo tutto quello che viene detto.

Perché ci sono paesi dove l’informazione viene controllata con la forza. In Ucraina il passaggio di testimone tra il vecchio presidente Poroshenko e l’attuale Zelensky non influì sulla situazione dei mass media, rimasti sotto la costante pressione delle autorità statali. Durante quella manifestazione c’erano poliziotti che riprendevano i giornalisti. “Serve per vedere chi sei e cosa scrivi o dici”, mi dissero. Mi venne da ridere a pensare a quanto lavoro avranno messo in piedi per riuscire a identificare il sottoscritto. Ma riflettei molto sulla condizione in cui vivono donne e uomini che lavorano in situazione di perenne terrore per garantire la pluralità di informazione. Quella che non c’è mai stata in Donbass perché il territorio è sempre stato vietato ai giornalisti. I servizi che arrivano oggi da Kiev potevano essere girati benissimo due anni e mezzo fa. La vita scorre tranquilla in una città dove sei abituato alla guerra.

 

 

Dove la popolazione ha un carattere sicuramente forte e, solo all’apparenza, scontroso. Nel ricordo di quanto accadde nel 2014 con la strage di piazza Maidan, nei volti di quelle ragazze e ragazzi che si vedono sul muro della memoria. In un paese dove si vive, per molti, alle soglie della povertà. Dove vedi gente alzarsi dal ristorante perché costa troppo, dove i bancomat vengono sputati perché in banca non ci sono soldi, dove si vendono magliette contro Putin. Dove se racconti a un ucraino che, dopo avere visto Kiev, ti piacerebbe andare anche a Mosca ti risponde con aria incazzata: “a fare cosa a Mosca? Noi siamo in guerra con loro. Lo sai cosa vuol dire essere in guerra?”.

Questo articolo fa parte dell'archivio di Ticino Notizie e potrebbe risultare obsoleto.

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