Con l’anticorpo monoclonale si riduce l’emicrania cronica

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MILANO Con l’anticorpo monoclonale fremanezumab si ottiene una riduzione persistente della frequenza, della durata e della gravità degli attacchi nelle persone con emicrania cronica ed episodica. È quanto emerge dalla terza analisi ad interim dello studio real-world Pearl, che prevede un periodo di osservazione dei pazienti arruolati di 2 anni e sarà completato nel 2024.

I dati ottenuti dall’analisi ad interim, che ha incluso i dati di 968 pazienti (87,3% donne) dei 1140 arruolati complessivamente nello studio, i cui risultati sono stati presentati nei giorni scorsi al congresso dell’European Academy of Neurology 2023 a Budapest, rivelano che quasi il 60% dei pazienti ha ottenuto una riduzione della metà o più dei giorni di emicrania mensili rispetto al basale (prima dell’inizio della terapia). Inoltre ha evidenziato anche una riduzione persistente nell’uso di farmaci in fase acuta osservato nell’arco dei 12 mesi. I tassi di aderenza al trattamento si sono dimostrati elevati: l’82,3% dei pazienti continua ad essere in trattamento al dodicesimo mese. Fremanezumab è risultato efficace nel prevenire gli attacchi di emicrania nei pazienti con una forma cronica ed episodica, ma anche nel ridurre la gravità e la durata degli attacchi di emicrania residui. “Questi risultati preliminari -sottolinea la professoressa Cristina Tassorelli, del Dipartimento di Scienze del Sistema Nervoso e del Comportamento dell’Università di Pavia, che ha presentato l’analisi dei dati – supportano quanto emerso dalla real world evidence, cioè dall’analisi dei dati del mondo reale, per fremanezumab, mostrando come l’impatto della malattia possa essere ridotto quando un paziente ha accesso ad anticorpi monoclonali anti-CGRP”. “I dati real-world – conclude Pinar Kokturk, Vice President & Head of Medical Affairs Europe di Teva – ci consentono di colmare il divario tra i risultati ottenuti dagli studi clinici randomizzati e controllati e le complessità degli scenari clinici nella vita reale, offrendo una comprensione completa di come i trattamenti abbiano davvero un impatto sulla vita dei pazienti. Lo studio Pearl, nello specifico, è particolarmente rilevante per l’ampio numero di pazienti, arruolati in 11 paesi in tutta Europa”.

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