Oggi, 4 novembre 2026, ci lascia a Roma a 93 anni il Maestro Tinto Brass. Se ne va l’ultimo artigiano che ha trasformato il proibito in arte.
Ricordarlo vuol dire partire dall’inizio. Non solo l’erotismo. Prima c’era il Tinto degli anni ’60, quello di Chi lavora è perduto, l’avanguardista amico di Godard, il regista colto, anarchico, che girava con una libertà che già allora dava fastidio. Poi è arrivato il cambio, la scelta consapevole di passare al genere erotico, non per provocazione facile ma per rivendicare un territorio che il cinema italiano snob stava abbandonando.
E lì ha lanciato tutte loro. Le ragazze di Tinto. Da Stefania Sandrelli a Serena Grandi, da Debora Caprioglio a Claudia Koll, fino a Debora Drigani in Paprika. Non erano solo corpi. Erano donne scelte per una luce negli occhi, per quella sfrontatezza ironica che solo lui sapeva dirigere. Le ha lanciate e le ha rese icone.
Le sue trame erano sempre di vita reale, ma con quel suo tocco di autoerotismo elegante. Una donna che si scopre, che si guarda allo specchio, che si confessa. Niente volgarità di borgata, ma un gioco raffinato, un diario intimo detto tra i denti.
Le sue frasi ad effetto sono rimaste nei bar e nelle VHS consumate: battute sussurrate, ironiche, mai urlate. E le sue inquadrature speciali, quelle che riconosci al primo fotogramma. Il grandangolo a pochi centimetri, il famoso “tintobrassiano” ripreso dal basso, gli specchi infiniti, la macchina a mano che gira intorno alla donna come una danza. I tratti distintivi del suo stile: il montaggio veloce, lo zoom ironico, il dettaglio che diventa protagonista, la luce calda, veneziana, sempre complice.
Tutti noi abbiamo visto il suo capolavoro, Paprika. Lì ha raccontato benissimo l’ambiente delle case di tolleranza, non come luogo di perdizione ma come microcosmo di libertà, di iniziazione, di sorellanza. Era il suo modo di esaltare il corpo e lo spirito della donna insieme, mai uno senza l’altro.
Libero. Tinto è stato libero. E ha avuto la capacità rarissima di mettere in risalto il piacere femminile, non come oggetto, ma come soggetto. Il piacere di esporsi, di guardarsi e di farsi guardare, di decidere.
Poi il genere si è esaurito col tempo. Troppo sdoganato, troppo urlato, troppo gratis. Ma la sua galante seduzione è rimasta nel gruppo di noi giovani nati negli anni ’70. Dove c’era ancora il mistero e la scoperta dei misteri delle donne.
Un Maestro che ha lasciato il segno penetrante nel nostro cervello. Lui ha sdoganato il gusto del proibito e ha comandato con educazione il gioco del gentil sesso.
Nel corso degli anni ho cercato spesso di copiarlo nel suo stile, nel peccato e nella finezza. Nei miei spot, nei miei video, nei miei racconti alla Duca di Saronno. Cercando quella leggerezza, quella malizia mai cattiva.
Ma purtroppo poi i social, il mistero e la galanteria non è più di questa prateria.
Addio grande Maestro, trasformavi il proibito in arte. Purtroppo un genere che non esiste più. Non abbiamo più il gusto del mistero e il piacere della scoperta soprattutto mentale e psicologica. Tutto ormai è nudo ed esposto senza più nulla di nascosto. Di quando certe confessioni femminili erano dette tra i denti senza esporsi in vanti.













