I manifestanti, gli studenti, i maranza, i centri sociali, gli antagonisti (fate voi come chiamarli) adesso ad essere protetti e coccolati non ci sono solo i partiti, il sindacato, gli intellettuali, i giornalisti, i magistrati, è il turno delle mamme. Si le loro mamme, avete inteso bene.
Le “mamme antimanganello” (chiamate anche “madri in rosso”) sono un gruppo di genitori sceso in piazza a Bologna per manifestare al fianco dei propri figli studenti e proteggerli da eventuali cariche delle forze dell’ordine.
In pratica sono scese in strada per fare da scudo umano ai propri figli durante le manifestazioni. Marco Baronti, cita il quotidiano Repubblica che regalano due paginate per fomentare ulteriore odio (come se già non bastasse), nei confronti delle forze dell’ordine. (L’odio di mammina contro la polizia, 30.10.26, nicolaporro.it) La polizia cattiva, fascista che manganella senza pietà e senza motivo i manifestanti. A corroborare questa tesi, il giornale ci regala l’intervista a due mamme: la prima oggi scenderà in piazza con i figli per un “istinto protettivo”, vuole insomma evitare che i pargoli finiscano sotto le grinfie dei cattivoni in divisa. E poi è preoccupata perché suo figlio le ha detto di essere disilluso e di avere paura. “Per cosa?” chiede la mamma, forse mentre sorseggia una tazza di tè. “Paura della polizia e del futuro” – le risponde il figlio. E allora è necessario portarsi mammina in piazza a fare da scorta. Poi c’è la seconda mamma, ancora più travagliata per le sorti delle giovani generazioni: “Prima della manifestazione ho scritto sul braccio di mio figlio il numero dell’avvocato perché il telefono avrebbero potuto toglierglielo”.
E mi immagino la scena: la mamma lì intenta nel salotto di casa, fintamente trasandato e politicamente impegnato, a rimarcare più volte i numeri sulla pelle del figlio con pennarello indelebile per evitare che l’idrante di quei barbari servi del regime meloniano possa cancellare quel numero magico e lasciare il giovane disorientato, in balia della carneficina degli uomini in divisa”. Poi c’è la chiosa finale della mamma: “Oggi ho più paura che mio figlio incontri un poliziotto che un potenziale delinquente”. Naturalmente l’episodio di queste “mamme coraggio”, si presta a facile ironia, lo ha fatto Max Del Papa sempre sul sito di nicolaporro,it. (Care mammine, ecco cos’hanno sequestrato ai vostri “angioletti”, 1.11.26) “Vai, amore bello, vai e sfascia tutto che ti tatuo il numero dell’avvocato”, va’ a fare il ribelle, che poi mamma te compra il gioco del piccolo terrorista, orgoglio nostro”.
Quei bravi ragazzi che poi gli trovano le pistole giocattolo ma da modificare, le bottiglie incendiarie, le mazze per sfasciare le vetrine capitaliste, i passamontagna, tutto il corredo messo sui social dal compagno Islam Youssef in rampa di lancio con AVS, che però secondo la gip pal formava solo una coscienza civile”, ma poi anche la merce trafugata dai negozi del lusso, questi piccoli Robin Hood che rubano ai ricchi per rivendere sulle piattaforme capitaliste. Questi bravi fanciulli pieni di disagio, non scusati, non giustificati: direttamente esaltati, senza vergogna, senza riserve da una informazione comprata e venduta, fiancheggiatrice della rivoluzione per procura, la rivoluzione dei bambocci, dei maranza, convinta che proprio loro, solo loro, privilegiati zelanti di un sistema di potere “antagonista”, a cosa non si capito, non ne saranno toccati. Quei bravi ragazzi che bisogna capirli, bisogna ascoltarli, bisogna abbracciarli, che occupano, indisturbati, tutto l’occupabile: strade, autostrade, scali, stazioni, piazze, negozi, centri storici, scuole, atenei, social, media, televisioni: vi pare normale? Sì, ormai, ma una normalità sconfitta, drogata, allucinata”.
La settimana scorsa a proposito delle violenze di piazza è intervenuto il noto giornalista Federico Rampini con un brillante articolo sul Corriere della Sera che merita essere letto e diffuso. (Incolpare le vittime, 24.10.26) Esiste in un certo mondo della sinistra, secondo Rampini che di fronte alla violenza dei giovani, sia studenti o antagonisti di tutte le specie, ha il vizio di processare la società, e di colpevolizzare la collettività. Di conseguenza, i violenti vengono sempre giustificati. Tuttavia, Capire il disagio non significa assolverlo. Quello di Rampini è un invito a riflettere, senza semplificazioni e senza giustificazioni.
La violenza di alcuni giovani nasce dalle ingiustizie sociali? Si chiede Rampini. Di fronte ai saccheggi e agli assalti contro le forze dell’ordine, torna un vecchio riflesso delle élite: cercare le colpe della società anziché quelle degli aggressori. La sindrome ha molti antefatti: dagli anni Settanta alla jihad. Che cosa abbiamo fatto di male per meritarci tutto questo? La domanda sembra generosa, animata dalla volontà di capire. Nasconde una trappola. La ricerca di cause profonde scivola nell’invenzione delle attenuanti. Pertanto, secondo Rampini, Il desiderio di spiegare diventa tentazione di giustificare. Le vittime finiscono sul banco degli imputati. Gli aggressori ricevono la patente di rappresentanti del disagio sociale.
E’ qualcosa che abbiamo visto negli anni Settanta, gli anni di piombo italiani; poi davanti al terrorismo islamico; o nelle tante rivolte precedenti delle periferie francesi: se qualcuno usa la violenza contro la nostra società, dobbiamo avere qualche colpa che spiega la sua rabbia. La violenza, il saccheggio, l’aggressione diventano sintomi di una malattia collettiva. “Se fosse vero che il disagio economico produce violenza, – scrive Rampini – dovremmo trovare vandali e terroristi soprattutto fra i più poveri. La storia racconta qualcosa di diverso”. Per il giornalista, questa sindrome giustificazionista è colpa di una parte delle élite intellettuali che prova imbarazzo nel condannare gli aggressori. E’ successo con le Brigate Rosse che si proclamavano avanguardia rivoluzionaria della classe operaia. Una parte del mondo politico e culturale prese sul serio quella pretesa, cercando nei mali del capitalismo italiano e nelle insufficienze della democrazia la spiegazione della lotta armata. In realtà fra i protagonisti del terrorismo rosso erano prevalenti gli universitari, giovani provenienti da ambienti benestanti, che avevano avuto opportunità negate a molti operai. Le Brigate Rosse non furono una rivolta dei poveri”.
Oggi, il meccanismo si ripete con la jihad. Per il massacro del Bataclan nel novembre 2015, gli attentati a Bruxelles nel marzo 2016. Le stragi erano il frutto di emarginazione, razzismo, islamofobia, mancanza di integrazione. Spiegare così il jihadismo cancellava elementi essenziali: le reti di reclutamento, l’indottrinamento religioso, l’ideologia totalitaria dello Stato islamico, i finanziamenti coi petrodollari iraniani e arabi. I profili sociali dei jihadisti non corrispondevano allo stereotipo dell’immigrato povero e discriminato: molti provenivano da famiglie benestanti. La radicalizzazione non aveva nulla a che fare con la povertà. I diritti degli immigrati non apparvero mai nei documenti ideologici dei jihadisti, impregnati solo di odio verso l’Occidente, la sua liberaldemocrazia, i suoi valori.
Il capo di Al Qaeda, Osama Bin Laden, regista dell’attacco alle Torri gemelle 1’11 settembre 2001, proveniva da una famiglia miliardaria saudita.
Molti protagonisti del terrorismo rivoluzionario, islamista o di estrema sinistra, hanno avuto accesso a istruzione e opportunità. Non è la miseria a produrre il fanatismo. Le ideologie trasformano individui benestanti in assassini convinti di servire una causa superiore. Oggi esiste, scrive Rampini, “un facile sociologismo ripropone anche la narrazione del conflitto generazionale”, tra anziani e giovani.
Si cerca di spiegare le razzie nei negozi di lusso con il benessere dei nonni. “La maggioranza dei giovani che non può permettersi una casa non lancia pietre contro i poliziotti né sfonda vetrine per arraffare merce”.
Non è la miseria che si ribella alla ricchezza: è il desiderio di imitare una ricchezza esibita come misura del valore personale”. Questa dialettica del povero contro il ricco, questa cultura non nasce nelle periferie bensì fra gli intellettuali, nei media, nelle università, nei movimenti politici. Non dobbiamo cercare una colpa della società ogni volta che qualcuno l’aggredisce.













